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(IN)SICUREZZA STRADALE: NON SI PUO’ MORIRE PEDALANDO

Direttore del sito InBici.net e conduttore della trasmissione radiofonica Ultimo Chilometro, inviato per le principali gare internazionali di ciclismo su strada, autore dei libri "Pedalare nel fango", "Due pedali per volare" e "Giro delle Fiandre, la classica dei tifosi"


Il ciclismo è conoscere se stessi. Il ciclismo è una fatica da poveri: insegna a conoscersi, a capirsi, a capire e – cosa non facile – a riconoscere il valore degli altri. Il ciclismo, rispetto a tutti gli altri sport, ha un enorme privilegio: mentre pedali puoi sempre pensare. Anzi, pedalare aiuta a pensare, e a pensare con tranquillità, con serenità, e a prendere decisioni con saggezza.

Queste parole sono state scritte da Alfredo Martini nella sua biografia “La vita è una ruota”. L’indimenticabile commissario tecnico della nazionale italiana ha scritto delle parole che, ad oggi, sembrano quasi essere anacronistiche, nonostante il libro risalga a pochi anni fa.

Purtroppo, oggi, chi va in bici ha un solo pensiero per la testa: quello di non farsi investire da automobilisti indisciplinati. Poi ce ne sarebbe anche un altro, ma su quello ormai in molti ci hanno fatto l’abitudine, quindi non è più un pensiero ma un gesto automatico: fare lo slalom tra le buche.

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Perché si fa presto a dire “stai sul lato destro della strada”: è quello maggiormente martoriato dalla scarsa manutenzione, e così ci si ritrova a pedalare tra radici che sporgono e asfalto dissestato.

Gli incidenti che sono occorsi a Letizia Paternoster, a Vittoria Bussi e ad Andrea Ostolani, tutti e tre investiti nella giornata di venerdì, ci impongono una riflessione. Non è bastata la morte di uno dei corridori più forti del panorama mondiale, Michele Scarponi, che ha perso la vita proprio in un incidente stradale. Il “sacrificio” di Michele, purtroppo, non è servito: il marchigiano ha perso la vita poco più di due anni fa, e nulla sembra essere cambiato. Anzi: le cose sembrano essere addirittura peggiorate: ogni giorno, sul nostro sito web, non manca almeno una notizia di un ciclista investito. Ogni volta, noi pubblichiamo queste notizie con la speranza che le tante persone autorevoli che ci leggono possano fare qualcosa di importante per fare sì che questi incidenti non succedano più, ma purtroppo non è così semplice.

Due settimane fa, il prefetto Roberto Sgalla, parlando alla platea di persone presenti all’InBici Top Day di Riccione, ha fatto presente che vi è l’urgenza di riformare il codice della strada, in quanto quello in vigore ad oggi non considera i cambiamenti della convivenza tra ciclisti e automobilisti. Nel codice, si parla ancora di “velocipedi”. Un termine che, chi è nato dopo il 2000, non trova più nemmeno sul dizionario.

Non è bastata la morte di Michele Scarponi, non sono bastati gli incidenti di venerdì scorso, non è bastato il grave incidente occorso a Samuele Manfredi, che ancora non è potuto tornare a gareggiare. Ma non sono bastati nemmeno i sacrifici di Luca, Marco, Maurizio, Giorgia e tanti altri. Sono nomi meno conosciuti, ma sono anch’essi vittime di incidenti stradali. E anche se non hanno un cognome famoso, quel giorno sono saliti in bici con la voglia di divertirsi, di utilizzare un mezzo di trasporto diverso rispetto all’auto. E invece, da quel giorno in poi, nessuno li ha mai più rivisti vivi.

Insomma, tutte le istituzioni dovrebbero svegliarsi. Bisognerebbe mettersi tutti a tavolino e fare qualcosa di concreto, coinvolgendo anche il Governo, perché tutti questi morti non possono passare inosservati alle più alte cariche dello stato italiano. L’Italia è ufficialmente in guerra: è una guerra tra automobilisti e ciclisti, dove, purtroppo, ne usciranno sconfitti i pedalatori, perché sempre più persone hanno paura di andare in bici su strada, e sono già tanti quelli che hanno rinunciato. E ci sarebbe da lavorare tanto anche sulle automobili, perché a me vengono i brividi quando leggo le dichiarazioni dell’automobilista che ha investito la Paternoster, nel momento in cui afferma: “non l’ho vista per colpa del montante del parabrezza”.

Insomma, nel momento in cui in Europa si parla di Bike Economy, in Italia si contano ancora i morti di una tragedia quotidiana. Una tragedia che, ad oggi, sembra davvero non avere fine.

A cura di Carlo Gugliotta, direttore di InBici Magazine

Direttore del sito InBici.net e conduttore della trasmissione radiofonica Ultimo Chilometro, inviato per le principali gare internazionali di ciclismo su strada, autore dei libri "Pedalare nel fango", "Due pedali per volare" e "Giro delle Fiandre, la classica dei tifosi"

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2 Commenti

  1. Purtroppo nessuna TV e nessun telegiornale scrive mai di queste vicende/tragedie , a meno che non sia un ciclista famoso, sembra che non se ne preoccupino minimamente , non si capisce perché ci sia un così grande menefreghismo a riguardo, ed i mass media non hanno interesse a sensibilizzare l’opinione pubblica al rispetto dei ciclisti è una vergogna in un paese emancipato come il nostro…. tristezza !!

  2. ci sono sempre troppi automobilisti distratti perché come da tempo dico: che la bici è un mezzo e va rispettato come l’incontrario noi rispettiamo e con la bici si può andare veloci o piano e a volte le auto credono di arrivare e sbucano fuori dagli incroci che devono fermarsi a dare la precedenza e fra loro PENSANO:HA TANTO E’ UNA BICI E ARRIVIAMO—ed ecco se non sei attento succede il PATA TRAC—

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