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“IO, AMATORE SQUALIFICATO PER DOPING, PERCHE’ NON POSSO PIU’ CORRERE?”

Riceviamo e pubblichiamo la lettera del signor Massimiliano Modesto, ciclista amatoriale squalificato quattro anni per doping. La redazione di InBici precisa che le argomentazioni del signor Modesto devono essere considerate opinioni di chi scrive e che dunque non rappresentano in alcun modo la linea di questa testata. I concetti espressi nella lettera, tuttavia, costituiscono un interessante spunto di riflessione e pertanto – poiché non si deve mai avere paura delle opinioni – abbiamo deciso comunque di pubblicarli.

Buongiorno, il caso al quale intendo dare risalto per mezzo della vostra rivista è quello che attiene alla squalifica per violazione della normativa antidoping comminata al sottoscritto – Massimiliano Modesto – sportivo che pratica il ciclismo agonistico a livello amatoriale.

Non è il caso di menzionare ed entrare nel merito dei fatti e quindi discutere sulla legittimità della sanzione che mi è stata comminata. La mia denuncia, che vuole essere principalmente un propositivo spunto di riflessione, ha come oggetto l’organizzazione ed il funzionamento della giustizia sportiva in Italia e le iniquità che, a mio modo di vedere, genera l’applicazione della stessa.

E’ opportuno descrivere brevemente le fasi che attengono al procedimento.

A seguito di riscontro positivo di un controllo antidoping si attiva la Procura Nazionale Antidoping (PNA) la quale convoca l’atleta per acquisire la sua versione dei fatti. A tale convocazione l’atleta può non partecipare o può dichiarare di avvalersi della facoltà di non rispondere.
Espletata questa fase la PNA decide se deferire o meno l’atleta al Tribunale Nazionale Antidoping (TNA): nel primo caso la procedura termina con l’archiviazione, nel secondo si dà luogo ad un vero e proprio processo innanzi, appunto, al TNA.
Il processo a sua volta può culminare con l’archiviazione o con la comminazione della sanzione. In questo secondo caso la sentenza è impugnabile ad una diversa sezione del medesimo TNA o al Tribunale Arbitrale dello Sport di Losanna (TAS) a seconda della sezione che ha deciso in primo grado.

Ora, durante le varie fasi processuali, ho avuto la sensazione, condivisa con altre persone sottoposte a procedimento disciplinare, che all’atleta “ciclista” fosse riservata un’attenzione “diversa”, nel senso di un’applicazione più rigorosa delle sanzioni rispetto a tesserati di altri sport.

Successivamente, accedendo alla sezione in cui vengono pubblicate le squalifiche ho potuto, in effetti, riscontrare che si trovano mediamente molte più assoluzioni o comunque la comminazione di sanzioni più lievi verso altri sport rispetto ai ciclisti.
Credo che la cosa sia imputabile ad un pregiudizio quasi culturale, nel senso che oggi ormai lo sport del ciclismo è maggiormente coinvolto nelle questioni di doping; pertanto anche nell’applicazioni delle sanzioni non si fa nessuno sconto, anche laddove le normative lo consentirebbero.
Il sottoscritto ha riconosciuto l’errore sin dall’inizio della fase dibattimentale con l’audizione alla Procura, ha collaborato con gli organi, anche facilitandone i compiti, ed ha esternato le proprie giustificazioni, che comunque al di là della rilevanza in punto di sanzione, sono quelle di chi ritiene ed ammette di aver commesso un errore chiedendo quantomeno il riconoscimento delle attenuanti per la superficialità e, nel mio caso, la buona fede con cui è stato commesso.

Ebbene la mia condotta non è stata in nessun modo valutata e mi è stata comminata la sanzione più elevata possibile, ovvero i 4 anni di squalifica, al pari di altri sportivi che non si sono neppure presentati di fronte agli organi della giustizia sportiva o di chi, addirittura, si è presentato tenendo un comportamento totalmente irrispettoso dimostrando aperto disprezzo verso i giudici.
Peraltro segnalo anche un modo di procedere, quantomeno nei miei confronti, molto singolare, visto che in sede di secondo grado il TNA, a seguito della discussione, non ha pronunciato la sentenza in mia presenza dichiarando di riservarsi “la valutazione accurata delle carte”. Peccato che la decisione sia stata pubblicata pochi minuti dopo quando ancora stavo facendo rientro a casa. Ho avuto l’impressione che il TNA abbia voluto evitare, proprio in considerazione della mia onestà e della mia buona fede, di pronunciare una così pesante squalifica in mia presenza.

Mi chiedo se questa si possa definire giustizia, io credo proprio di no. La Giustizia (con l’iniziale maiuscola) è ben diversa e, principalmente, tiene in considerazione della condotta e della buona fede di chi vi viene sottoposto al processo, al di là delle responsabilità, che non ho mai negato.

Da ultimo segnalo un’altra anomalia presente nello sport del ciclismo amatoriale: il c.d. certificato etico, ovvero un’autodichiarazione che, come noto, lo sportivo deve presentare all’atto del tesseramento col quale dichiara di non essere stato mai sottoposto a sanzione disciplinare o a condanna penale. In presenza di queste due circostanze, ancorché sanzione o pena siano state totalmente scontate, l’ente al quale viene fatta richiesta rifiuta l’iscrizione a priori e non rilascia la tessera.

Pertanto, una squalifica nel ciclismo amatoriale, ancorchè scontata integralmente, equivale alla radiazione a vita in quanto non si può conseguire più il tesseramento; circostanza che non si verifica neppure nel ciclismo a livello professionistico e in nessun altro sport diverso dal ciclismo.

Anche qui mi chiedo se un regolamento del genere sia giusto e ancor prima rispettoso dei principi costituzionali. A mio giudizio siamo di fronte ad un vera e propria assurdità e, se si pensa che anche nel diritto penale la pena ha lo scopo di rieducare e di reinserire chi ha sbagliato nella società, allora si capisce come davvero come nel ciclismo si sia toccato il fondo.

 

Massimiliano Modesto

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