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L’INTERVISTA – CADEL EVANS: “NEL CICLISMO DI OGGI TIFO ROGLIC”


Una lunga carriera, impreziosita dalla vittoria iridata e dalla maglia gialla al Tour de France del 2011, ma Cadel Evans è stato soprattutto un campione amato dalla gente per la sua determinazione nel pedalare a a volte anche contro le avversità. Il patron Giorgio Squinzi, recentemente scomparso, lo lanciò nel ciclismo che conta e lo descrisse con parole semplici: “Onesto, tenace, coraggioso e con due occhi sinceri. Vincente persino nella sconfitta”. Tutto questo era Evans!

In occasione della 14esima edizione della “Pedalando con i Campioni”, organizzata da Ennio Vanotti a Casazza, il ciclista australiano ha raccontato in esclusiva a InBici la sua attuale vita e come riesce a conciliare la sua passione per le due ruote con la famiglia: “Quest’anno a gennaio ho avuto un figlio quindi ho cercato di stare più tempo possibile a casa tranquillo. Frequento ancora l’ambiente del ciclismo principalmente come testimonial della Bmc e partecipo a parecchi eventi. Sono stato in Vietnam il mese scorso, settimana prossima andrò in Thailandia e da lì poi in Australia per lavorare in vista della mia gara.

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Riesci ancora ad andare con la tua bicicletta? 

“Ovviamente il lavoro non manca mai e organizzare mi richiede molto tempo. Nonostante ciò la passione per la bicicletta non si è mai spenta, appena riesco faccio attività su strada e con la mia mountain bike. Alcune volte ho anche partecipato a delle gare”. 

Non hai mai pensato a trovare un ruolo da d.s. o simile all’interno di un team?

“Mi piacerebbe un giorno essere nello staff di una squadra professionistica, soprattutto sarei felice di aiutare i giovani ciclisti nella loro crescita. Appena ho smesso ho avuto alcune proposte da parte della Bmc e della Dimension Data, ma in quel periodo volevo stare vicino a mio figlio. Nella mia vita ho già fatto tanti sacrifici e sono stato parecchio lontano da casa, ora la mia priorità è la famiglia”.

Da quando hai smesso di pedalare pochi anni fa il ciclismo è cambiato, anche per effetto della riforma Uci. Cosa ne pensi?

“Onestamente devo ancora approfondire le questioni legate alla riforma. Io, essendo ora anche organizzatore, devo valutare molti aspetti tra i quali quello economico. È palese che il ciclismo professionistico senza sponsor e soldi non sia sostenibile. Bisogna fare molti miglioramenti ma io non ho una soluzione da proporre. Penso che molte persone la pensino come me e magari possano trovare una via giusta per affrontare i problemi attuali”.

Una carriera ricca di successi, ma quale è quello che più ti è rimasto nel cuore?

“Il mondiale del 2009. A dieci anni dalla mia vittoria a Mendrisio ho deciso di fare una pedalata tranquilla con mia moglie e mio figlio proprio sul circuito che mi ha regalato la maglia iridata. Abito a pochi chilometri ed è stata un fatto emozionante per me riviverlo con la famiglia. Ovviamente poi c’è anche il Tour de France, ancora oggi in tutto il mondo mi riconoscono principalmente per aver conquistato la maglia giallo. Penso però che la cosa più importante sia che riguardo sempre al passato fiero di quello che ho fatto, senza rimorsi e con la consapevolezza di avere dato tutto me stesso”.

C’è un corridore attualmente nel quale ti rivedi?

“L’altro giorno parlavo con Primoz Roglic. Alcune volte mi rivedo in lui per il suo stile e la sua vicinanza alla famiglia. Abbiamo molte cose in comune ed entrambi siamo arrivati al ciclismo su strada da due sport diversi. La differenza è che lui ha trovato molto più velocemente di me i successi. Se devo tifare un corridore sicuramente tifo Roglic!”.

A cura di Davide Pegurri per InBici Magazine 

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