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L’INTERVISTA – GIUSEPPE GUERINI, 20 ANNI DOPO LA VITTORIA ALL’ALPE D’HUEZ


Sono passati 20 anni esatti dalla bellissima vittoria di Giuseppe Guerini sull’Alpe d’Huez. Era la decima tappa del Tour de France 1999, il primo dei sette Tour vinti (e poi revocati) da Lance Armstrong. Guerini era approdato alla T-Mobile durante l’inverno precedente, ingaggiato per fare da luogotenente a Jan Ullrich in salita, ma un incidente impedì a Kaiser Jan di disputare quell’edizione della corsa francese. La vittoria di Guerini rimase incerta fino alla fine, in quanto negli ultimi chilometri di quella frazione si scontrò con un tifoso che si era posizionato al centro della strada per fargli una foto. Beppe-turbo si rialzò e andò a vincere la tappa in uno degli stadi del ciclismo.

Giuseppe, sono passati 20 anni dalla sua vittoria all’Alpe d’Huez. Che ricordi ha di quel giorno?

“La vittoria all’Alpe d’Huez è quella che più mi ha dato importanza a livello internazionale, ed è un successo che porto nel cuore. In quella stagione, al Tour, noi italiani abbiamo ottenuto molte vittorie, ed era da parecchi anni che non vincevamo così tante tappe. Eravamo abituati ad avere soprattutto uomini per la classifica generale. Per me, quello era il primo anno alla Telekom, ma Ullrich ebbe un incidente che gli impedì la partecipazione al Tour. Io ero stato preso per fargli da luogotenente in salita, e non essendoci lui ebbi carta bianca dalla squadra: all’Alpe d’Huez sono rimasto con i migliori fino alla fine e ho deciso di attaccare a 3 km dall’arrivo. Tutti noi scalatori sogniamo di vincere perché siamo in uno stadio lungo 15 km. E’ una vittoria che porterò sempre dentro di me”. 

A distanza di 20 anni, l’argomento è ancora di attualità: lo scorso anno un tifoso fece cadere Nibali proprio sull’Alpe d’Huez, quest’anno invece è stato fatto cadere Miguel Angel Lopez al Giro d’Italia.

“Io ero convinto che quel ragazzo, che era in mezzo alla strada, si spostasse, invece non lo ha fatto e l’ho centrato in pieno. Il bello del ciclismo è anche questo, il tifoso può quasi toccare il corridore, in nessun altro sport c’è questo contatto tra atleti e tifosi. Il bello per noi corridori è toccare queste due ali di folla che si aprono e tu ci passi in mezzo. Nel 99% dei casi la folla si apre, ma come è accaduto a Nibali lo scorso anno o quest’anno al Giro d’Italia a Miguel Angel Lopez, ci può essere la persona che non si sposta, o che ti faccia cadere”.

Sta seguendo il Tour de France di quest’anno? Le piace la corsa?

“Sì, lo seguo ogni anno insieme al Giro d’Italia perché sono le due corse alle quali sono rimasto più affezionato. Fino ad oggi è un Tour molto avvincente, non c’è un candidato unico per la vittoria finale. Geraint Thomas sta molto bene, ma ci sono anche i Movistar e i corridori francesi, in particolare Thibaut Pinot, anche se ieri hanno perso qualcosa nella tappa con i ventagli”. 

Erano diversi anni che non si vedeva un Tour de France senza un favorito numero uno.

“E’ un Tour molto aperto: Froome doveva essere il faro della corsa, Thomas ha avuto la caduta in Svizzera, quindi non si sono presentati alla partenza con quella forza che eravamo abituati a vedere. Inoltre, nei primi 10 giorni le tappe sono state molto ondulate e non c’è stata una cronometro individuale. Ha fatto più distacchi il vento che le salite, fino ad oggi”.

La Ineos sembra essere la squadra da battere. Lei che ha corso nella T-Mobile, ci può spiegare cosa significa correre in una delle squadre che sono il faro della gara?

“Ai miei tempi c’eravamo noi e la Us Postal, la corsa era incentrata su noi due. Noi controllavamo cosa facevano loro, loro controllavano cosa facevano noi, e c’è stata una sorta di spy-story, perché si arrivava a sentire cosa si dicevano quelli dell’altra squadra tramite le radioline: sapevamo che succedeva e in ogni gara cercavamo di interpretare i segnali che arrivavano dagli avversari. Sapevamo che partivamo per il Tour per provare a vincere: siamo sempre arrivati vicini a battere Armstrong, ma non siamo mai riusciti a conquistare la maglia gialla”.

Nibali ha dichiarato che è molto difficile correre ad alti livelli il Giro e il Tour nello stesso anno: è d’accordo?

“Vincenzo non deve dimostrare di essere un campione, hloo ha già dimostrato con i fatti. Sono d’accordo con lui: non è facile fare classifica sia al Giro d’Italia che al Tour. Tom Dumoulin e Chris Froome ci sono riusciti, ma sono casi molto rari. 20 anni fa era fattibile o meno complicato, adesso è diverso, perché i corridori sono molto più attenti ai dettagli. Arrivare con una forma fisica leggermente inferiore al 100% vuol dire essere fuori classifica, in quanto il livello è davvero molto alto”. 

La notizia buona per noi italiani è la maglia gialla di Giulio Ciccone. Cosa pensa di lui?

“Conosco molto bene Ciccone perché ha abitato a Bergamo in questi ultimi anni, è un ragazzo davvero umile e ha dimostrato di fare grandi cose. Ha già dimostrato molto vincendo una tappa al Giro a 22 anni, al suo primo anno da professionista con la Bardiani-CSF. Da lui mi aspetto grandi cose anche per la classifica generale dei grandi giri”. 

Un pronostico per la maglia gialla di Parigi: la Ineos è la favorita numero uno per il successo?

“La Ineos parte con il favore dei pronostici, ma la Movistar ha corridori molto importanti che in salita vanno forte e che vorranno lasciare il segno: sicuramente vedo queste due squadre superiori alle altre”. 

 

A cura di Carlo Gugliotta per InBici Magazine

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