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L’UCI CHIEDA SCUSA A FROOME, A ULISSI, A PETACCHI E A TUTTI NOI

 

Adesso però non può passare tutto in cavalleria. L’Uci ha sbagliato, ha perso di immagine e credibilità dopo il caso-Froome. Tempi biblici, un’attesa biblica condita da polemiche a non finire, e infine l’assoluzione. Una sentenza che ci dice che Froome, a quanto pare, non avrebbe sbagliato, ma che alza sospetti sui controlli antidoping che si svolgono e che sono stati effettuati fino ad oggi. 

Un valore anomalo di salbutamolo nelle urine di Chris Froome è stato riscontrato durante la Vuelta 2017, da lui vinta. A dicembre arriva notizia della positività, ma il Team Sky, contrariamente a quanto hanno sempre fatto tutte le altre squadre, decide di non abbandonare il proprio corridore, ma si dichiara fin da subito sicura di poter chiarire la situazione, che sarebbe tutta un grande equivoco.

Dopo tanti mesi e dopo dure prese di posizione, Chris Froome viene assolto con formula piena. Ma ora chi deve pagare per tutto questo? Davvero sono tutti innocenti?

L’Agenzia Mondiale Antidoping riassume quanto accaduto in poche parole. In buona sostanza, l’AMA spiega che il risultato del campione delle urine di Froome potrebbe non essere incompatibile con l’assunzione per inalazione di salbutamolo entro la dose massima consentita, e che in alcuni rari casi gli atleti possono superare la soglia di concentrazione massima (di 1200 ng di salbutamolo per ml di urina) senza superare la massima dose inalabile.

Froome ha quindi assunto questo farmaco per l’asma nelle dosi consigliate, ma a volte nelle urine la concentrazione di questa sostanza può apparire di gran lunga superiore rispetto a quella realmente inalata.

Questo risultato e questa spiegazione gettano ombre sull’efficacia del sistema antidoping. Quanti altri corridori sono stati trovati positivi al salbutamolo, in passato, e magari hanno subìto anche delle squalifiche? A tutti noi vengono in mente i casi di Alessandro Petacchi e di Diego Ulissi, che in passato sono risultati non negativi a questa sostanza. E se avessero avuto anche loro un problema identico a quello di Froome? Il britannico ha avuto una grande fortuna, ovvero quella di avere una squadra che crede in lui, e l’ha difeso fin dal primo giorno. Purtroppo, altre squadre non sono riuscite a costruire una linea difensiva formata non solo da avvocati, ma anche da scienziati e medici. E se ci fossero riusciti anche loro?

L’Uci, l’Ama e la Wada non si possono nascondere dietro uno “scusate, ci siamo sbagliati, amici come prima”. Forse è il caso di riscrivere le regole dell’antidoping, che non evolvono, anzi, restano ferme a diversi anni fa. Tutti questi organi devono farsi una grande analisi di coscienza, capire cosa non ha funzionato e chiedere scusa. Non solo a Froome, a Petacchi e ad Ulissi, ma anche a tutti i tifosi del ciclismo.

 

A cura di Carlo Gugliotta per InBici Magazine

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