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ROBERTA FINESSI, DALLA PAURA AL SOGNO SOLO ANDATA


Nata a Moncalieri in provincia di Torino il 21 aprile di 29 anni fa, quella di Roberta Finessi non è solo una storia di sport. Roberta si appassiona al ciclismo fin da bambina quando il nonno le trasmette, con la forza dei racconti, il grande amore per le due ruote.

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Il suo percorso di vita, però, sembra il pavé della Roubaix, lastricato di ostacoli e di passaggi sconnessi. La sbandata più allarmante sette anni fa, quando le viene diagnosticata la trombosi venosa profonda, una patologia pericolosa perché un trombo all’interno di una vena può avere conseguenze anche gravissime.

Ma lei non si perde d’animo e, oggi, dopo aver affrontato quell’incidente di percorso con coraggio e determinazione, può finalmente condividere con noi una storia “a lieto fine”. Oggi Roberta è una ciclista amatoriale di medio livello e l’ambassador di uno dei principali portali web dedicati al ciclismo femminile (Liv cycling Italy).

Roberta, come è sbocciato l’amore per la bici?

“Se penso alla bicicletta, nei miei ricordi infantili, comprare sempre il volto di mio nonno. L’uomo che pedalava da Torino a Sestriere come se nulla fosse, quel nonno con cui andavo in bici al parco tutte le volte che potevo. Per divertimento e per mangiare un gelato in sua compagnia”.

L’amore per la bicicletta: tante passioni ma anche qualche pausa…

“Ho abbandonato la bici per parecchi anni, dedicandomi al nuoto e praticandolo anche a livello agonistico. Ma, avendo bisogno di stimoli sempre nuovi, devo ammettere che sono davvero pochi gli sport che non ho praticato almeno una volta nella vita”.

Poi, più o meno sette anni fa, il buio…

“E’ la prima volta che ne parlo con disinvoltura. Mi ricoverarono d’urgenza per un dolore lancinante alla gamba sinistra. La diagnosi fu impietosa: TVP, ovvero trombosi venosa profonda. Ricordo solo quel dolore indescrivibile e il primario che diceva che, per mezzo centimetro, il trombo non aveva interessato la vena cava. A quel punto, il rischio di un’eventuale amputazione dell’arto o di una vita da passare su una sedia a rotelle sarebbe stato molto elevato. Come si dice, mi hanno salvato per il rotto della cuffia e la convalescenza non è stata affatto facile: convivere con l’eparina, accettare il fatto di rimanere ferma e non poter praticare sport per molto tempo non è stato il massimo della vita per chi, come me, ha sempre avuto una vita dinamica. Ho avuto momenti difficili: il dubbio di non potercela fare da sola e quella gamba gonfia come un melone che pulsava. Sono arrivata ad avere talmente poca massa muscolare da essere quasi diventata l’ombra di me stessa”.

Dopo aver conosciuto momenti tragici nella tua vita, come è avvenuta la rinascita?

“Sono rimasta per parecchio tempo ferma senza praticare sport e poi, un giorno, per caso, sono andata nel garage di casa mia per prendere alcune cose. E l’ho vista: la mia vecchia bici. Ho cominciato a fare dei giri intorno a casa, vicino la collina torinese e mi sono ritrovata da lì a poche settimane ad avere per il mio compleanno una bici tutta nuova. Da quel momento sono stata travolta da un vortice di eventi positivi: è nata la collaborazione con Liv Cycling Italy e sono diventata una loro ambassador. Poi la partnership con Jolly Sport Torino, un famoso negozio sportivo di via Nizza”.

Si può definire una rinascita completa?

“Sì perché è stata stata una rinascita sportiva, ma anche emotiva: in poco tempo ho raggiunto con la bici da corsa traguardi che mai avrei immaginato: ricordo ancora i miei primi 100 km, oppure l’uscita in gruppo da Alba ad Albissola Marina, e ancora, la Via del Sale fatta in un solo giorno come regalo di laurea: 104 km e 2270 m di dislivello. Ricordo anche l’estate del 2019 in Paganella, dove ho pedalato per la prima volta in un bike park, accompagnata da amiche enduriste eccezionali, ognuna con una propria storia.

Un passato amaro ma raccontato sempre con note dolci. Pensi che la tua esperienza possa essere d’aiuto per chi dovrà affrontare avversità o difficoltà?

“Non sono una ragazza che pratica ciclismo a livello agonistico, ma a livello amatoriale. Mi piace mettermi alla prova e allo stesso tempo non potrei fare a meno di andare a pedalare con mio papà per il solo gusto di ridere e sentire il vento tra i capelli. Ad oggi sono una guida di MTB perché desidero mostrare a chiunque ne abbia voglia lo spettacolo che ci circonda. In definitiva, penso che la bici mi abbia dato una seconda possibilità: la vita ci dona molte gioie, ma sa essere anche imprevedibile. E allora tocca a noi avere la forza di reagire, di andare oltre. E di continuare a sorridere”.

a cura di Leonardo Serra Copyright © InBici Magazine ©Riproduzione Riservata

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