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TRENTO CAPITALE DEL CICLISMO DAL 1956 AI GIORNI NOSTRI

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La tappa di ieri, la cronometro Trento-Rovereto, ha dato un gran bel segnale: Simon Yates può veramente vincere il Giro d’Italia. Mancano ancora 4 tappe prima dell’arrivo a Roma, ma le sue belle prestazioni in salita e la bella difesa a cronometro di ieri fanno sì che l’australiano sia il favorito numero uno per il successo finale. 

La storia d’amore tra il Giro d’Italia e Trento parte dal 1956.

Era chiamato l’Angelo della Montagna, Charly Gaul alfiere del team Faema ma a Merano, traguardo dopo la dura tappa da Bormio con il Passo dello Stelvio, era arrivato male scivolando al 24.mo posto della classifica generale ed un distacco da Fornaia, in maglia rosa, di quasi 17 minuti. Learco Guerra, responsabile della squadra Faema, dichiara a proposito di Gaul: “Una giornata storta. Può capitare a tutti”. Nessuno può sapere che quella è la vigilia d’una giornata come poche nella storia del ciclismo.

E’ l’otto giugno, si corre la ventesima tappa, da Merano a Trento. I chilometri da percorrere sono 242 con quattro salite importanti da superare: Passo Costalunga (quota 1753), Passo Rolle (1970), Passo Broccon (1616) ed infine il Bondone (1300). Le previsioni sono per una giornata da lupi. I meccanici hanno lavorato fino al momento di consegnare le biciclette ai corridori, perchè si teme che il maltempo costringa ad usare rapporti corti. Al ritrovo di partenza tutti con il naso all’insù, per scrutare le vie dei cieli.

Il solo corridore che dimostra di gradire una giornataccia è Gaul; già sul Costalunga il Giro è investito dalla bufera. Gaul va all’attacco ed è primo al traguardo del gran premio della montagna. Si pensa che voglia ribadire la propria superiorità di scalatore su Bahamontes. La discesa che porta ai piedi del Rolle, un vento gelido che fa turbinare il nevischio, comincia a produrre effetti disastrosi. Si verificano infatti i primi ritiri mentre il forcing di Gaul è infernale: sul Rolle è davanti a tutti. C’è chi cerca rifugio nelle baite e nelle casupole. Qualcuno si attacca alla bottiglia della grappa. La selezione diventa spaventosa sul Broccon, provocata da un Gaul che dà sempre più l’impressione di poter diventare il padrone assoluto del Giro.

I suoi avversari arrancano come disperati, Fornaia maglia rosa è in serie difficoltà. Si difende come un leone Magni, al quale va l’ammirazione di tutti infatti continua nonostante abbia una spalla fratturata. Dopo la Gobbera, quando s’imbocca la strada che porta a Trento, molti corridori, seguiti dai loro direttori sportivi, si fermano ai bar per sostituire maglie letteralmente ricoperte da un velo di ghiaccio, altri entrano nelle farmacie per chiedere aiuto, altri ancora si versano brodo e té bollente sulle gambe. Si è al limite della sopportazione.

Gaul non concede tregua; con i ritiri che non si contano ormai più, ci sono dieci corridori che vengono a trovarsi a turno al primo posto della classifica e subito dopo spodestati. Sulle ultime rampe Gaul completa quello che Learco Guerra, commosso come poche altre volte in vita sua, definirà il “Capolavoro di un autentico fuoriclasse”. Charly arriva stremato, viene avvolto nelle coperte di lana procurate dai militari e portato a braccia all’albergo. Qualcuno gli mormora all’orecchio che il Giro è suo. Vorrebbe sorridere ma riesce a fare soltanto una smorfia. Quando lo mettono nel bagno caldo, gli sembrerà di essere in paradiso. Bisogna attendere 7’44” per vedere arrivare Sandrino Fantini. (…). Il grande Magni conclude la tappa dopo 12’25”; quando Gaul apprende ufficialmente il risultato dice: “E’ stato un miracolo”. Gli fa eco Guerra: “Un miracolo che soltanto tu potevi fare”. Due giorni dopo, quando Charly entra in maglia rosa all’Arena di Milano, il pubblico lo accoglie come si accolgono gli eroi; non ha ancora ventiquattro anni.

Sulla scia di quel ricordo leggendario è nata la Granfondo Charly Gaul, “La Leggendaria”, che quest’anno è inserita nell’UCI Granfondo World Series. Un’occasione unica per tutti gli appassionati, che potranno percorrere quelle strade storiche e conoscere uno dei luoghi simbolo del Giro d’Italia, non solo del passato ma anche del presente.

 

 

A cura di Carlo Gugliotta per InBici Magazine

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