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BRIVIDO D’IMPRESA

Occhi, come un camaleonte, che si tingono in base a quello che guardano.

 

Tra il verde e il grigio, come una montagna in lontananza, coperta da alberi e foschia. Come in un sogno di lontana origine. Gambe, aspre, ma non troppo. Fluidi i muscoli in tensione, nell’eleganza di uno scatto, in quell’agonizzante giro di giostra di una salita. Pompa, il cuore. Forte. Di sforzo e adrenalina, di fatica ed attesa. Nello scatto, ci sono entrambe. C’è la paura, di sprecare tutto quello che era stato costruito in precedenza.

C’è la voglia, di Simon, di lasciare tutti di ruota. Suoi gli occhi color montagna lontana. Suoi i muscoli fluidi. Suo, il cuore che pompa di sforzo e adrenalina, di fatica e di attesa.

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“Guardatemi” sembra voler dire uno scatto. Guardatela la paura scivolare via come gocce di sudore dai gomiti sporgenti, che vibrano dallo sforzo. Ma non crolleranno. Non oggi, non qui, non a Sappada. Oggi solo festa, solo coriandoli rosa.

Dicono le cronache “Simon Yates, la maglia rosa, scatta a sedici chilometri dall’arrivo”. Sembra fare il vuoto. Togli il sembra. Ecco, Simon Yates a fatto il vuoto a sedici chilometri dal traguardo. Dietro, Pinot, Pozzovivo, Carapaz, Dumoulin e Lopez, giocano a nascondino, uno dietro l’altro. Froome è dietro, lo Zoncolan ha lasciato i muscoli troppo gonfi di acido lattico.

“Guardatemi” sussurra Simon. E’ solo, al comando. E non si chiama nemmeno Fausto. E’ solo, davanti, e ha la maglia rosa. E’ come tornare indietro. E’ come tornare a quel passato di splendore, dei “senza macchia e senza paura”. Anche se Simon, qualche macchia addosso, oggi ce l’ha, perché la tappa è stata un massacro, ha piovuto, e anche tanto. Ma è lucido, ha il cuore che se la sente, le gambe solide. Tutto è al proprio posto, è solo questione di volerlo davvero. Ha anche fame, gli morde persino le caviglie. Non sa stare fermo, a lui il ciclismo ha insegnato solo ad andare. E va, ad alzare le braccia per la terza volta.

Non sa trovare due parole che stiano bene all’interno di una stessa frase. Quegli occhi color montagna lontana brillano, luccicano, quasi arrivano a piangere. Sorride, Simon. Non sa ancora cosa abbia fatto, ma sa che sorridere è la strada giusta. E’ brivido, è imprudenza. E’ impresa.

Ma Sappada fa anche male. Come fece a Visentini nel 1987, quel tradimento che, a distanza di trentun anni, ancora fa così male, ancora non fa dormire. Sappada torna a far male, a Fabio, che non ha le gambe quando il traguardo è ancora molto lontano. Ha il faccino sbattuto, bianco, quasi trema. Si stacca, quasi si ferma. Lo raggiungono i suoi compagni, gli stanno vicino, lo scorteranno sino al traguardo. E’ delusione, è dolore, è impotenza di fronte a qualcosa che non va come dovrebbe. Tutto questo non è Fabio.

Domani, che è il giorno di riposo. L’ultimo, perché il Giro entra nella sua terza settimana. Sarà snervante, l’attesa. Sarà lunga, quasi infinita, quasi come gli attimi prima di uno scatto.

 

A cura di Giulia Scala per InBici Magazine

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