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Damiano Cunego

DAMIANO CUNEGO: “CICCONE DEVE PUNTARE ALLA LIEGI. COLPITO DA ALESSANDRO COVI”


Damiano Cunego, il piccolo principe, il ragazzino che ha fatto un capolavoro in quel Giro del 2004, poi tante classiche, tante vittorie di prestigio. Con lui abbiamo analizzato il mondo della bici adesso, spaziando tra il passato ma buttando un occhio al futuro. 

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Damiano, cosa ti ha convinto di più della stagione ciclistica che si è appena conclusa?

“Considerando l’anno che è stato, con l’inizio della pandemia a febbraio 2020, dovremmo ritenerci fortunati ad aver salvato una stagione che era buttata, i nostri italiani hanno onorato le corse, tolto l’exploit di Ganna al Giro, i nostri corridori hanno fatto abbastanza bene”

Ti sei sempre contraddistinto nelle classiche, come hai visto queste corse messe così in là nel calendario e cosa ti hanno lasciato?

“Mi hanno lasciato un po’ di stranezza, perchè sono state un po’ snaturate da quella che è la loro collocazione storica. Una corsa come la Milano – Sanremo ad agosto non è la stessa che si corre a marzo, rischi di stravolgere la preparazione, perchè cambia la preparazione generale di tutti i corridori, io stesso mi sarei trovato in difficoltà a prepararmi ad una corsa come il Giro di Lombardia, in cui ho sempre fatto bene”

Vista la situazione emergenziale sono saltati i training camp di dicembre ed il Tour Down Under: quanto cambia la preparazione di chi si voleva concentrare nelle classiche?

“Mi sorge una domanda: siamo sicuri che a febbraio-marzo si possa ripartire normalmente? Adesso si naviga un po’ a vista, ci saranno molti dubbi o piani B perchè già il fatto che non si corre il Down Under, mi fa sorgere qualche dubbio, mi auguro che da marzo in poi si possa tornare a correre normalmente”

Che idea hai del ciclismo di oggi, rispetto a quello che ti vedeva protagonista?

“Dal punto di vista delle corse a tappe eravamo molto ben rappresentati. Adesso tolto Nibali forse c’è un po’ poco, dobbiamo aspettare nella crescita di qualche ragazzo, mentre nelle corse di un giorno siamo molto ben rappresentati con ragazzi come Bettiol per fare un nome. Vedo, ad oggi, uno strapotere dei corridori francesi, olandesi, belgi. Sentivo anche il presidente Di Rocco parlare di questo problema, ci sono buone scuole bisogna solo aspettare che qualche talento esca anche dal nostro paese”

Damiano Cunego alla partenza della Granfondo Gavia Mortirolo – Credit photo Stefano Spalletta

Gran Fondo Gavia Mortirolo, una corsa che porta il tuo nome, come vi state muovendo a livello di organizzazione?

“Non ho ancora parlato con l’organizzazione della corsa, è un discorso molto complicato. Credo che sia difficile ad oggi pensare a cosa si farà il prossimo anno. Se fosse possibile sarebbe una bella occasione per poter stare con gli appassionati del ciclismo”.

Tanti giovani in rampa di lancio: chi ti ha colpito di più?

“C’è un ragazzo che corre alla UAE Emirates che si chiama Alessandro Covi e che non si è ancora espresso del tutto, ma credo possa essere un corridore interessante per le prossime stagioni. Sarebbe bello vedere anche Giulio Ciccione, molti lo vedono come una futura maglia rosa, mentre io lo vedo come un corridore da classiche come Liegi o Lombardia dove può fare buone cose. È chiaro che vanno fissati bene gli obiettivi, in una stagione normale questi ragazzi possono emergere”

Quale vittoria di classiche ricordi con maggiore orgoglio?

“Ho vinto il Lombardia per tre volte, l’Amstel, ho vinto oltre cinquantuno gare da professionista oltre ad essere plurivittorioso anche al Giro del Trentino (oggi Tour the Alps, ndr) e mi sento orgoglioso per ogni successo”

Giro d’Italia del 2004: quando hai capito di poter attaccare il tuo capitano e quindi soverchiare tutte le gerarchie e cosa ti rimane di quel Giro? In che rapporti sei rimasto con Simoni?

“Sostanzialmente ero già plurivittorioso prima del Giro dove avevo già vinto cinque corse; sapevo di poter fare un bel Giro ma non sapevo di poterlo vincere. Ho capito subito di poter fare bene,infatti vinsi subito la seconda tappa, però il pensiero di portare la maglia rosa fino a Milano è stata un po’ una realizzazione venuta strada facendo. Con Simoni ci sono stati momenti difficili in corsa, ma è normale, poi negli anni i rapporti sono ottimi”

In conclusione: come si valorizza il ciclismo italiano ad oggi partendo dal settore giovanile fino ai grandi, qual è quella “ricetta” che a noi oggi manca?

“Abbiamo tanto volontariato, tante persone che oggi allenano i ragazzini che poi erano gli stessi che allenavano me venti anni fa, credo manchi un po’ di ricambio generazionale, nuove leve, nuovi tecnici che portino freschezza. Gli altri stati hanno avuto quel ricambio che a noi manca; ben inteso noi i servizi gli abbiamo penso alla pista o alla Mountain Bike che stanno andando bene, andrebbe ringiovanito un po’. Io già opero come preparatore di ciclismo, sto studiando scienze motorie, per poter crescere e migliorare in questo ambiente”

A cura di M. M.- Copyright © Inbici Magazine

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