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DI GRINTA E SOFFERENZA

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E’ finito dentro i corridoi di in un ospedale francese il sogno di un italiano, inghiottito da una risonanza magnetica che ha confermato un sospetto che nessuno avrebbe mai voluto ascoltare. Un referto che punisce un ragazzo che aveva investito tutto in queste tre settimane. Ventuno tappe, ventuno giorni di corsa su un anno intero. Una sciocchezza, si potrebbe pensare, ma non se si tratta di un Tour de France a cui stai pensando da quattro anni a questa parte.

Sì, Vincenzo Nibali ha lasciato il Tour de France. Sì, gli esami radiografici con esito disastroso sono i suoi. Sì, Vincenzo Nibali ha dovuto dire addio a tutto nel giorno in cui tutto avrebbe potuto iniziare. Perché sarebbe stato magnifico, anzi, forse di più, vederlo vincere sull’Alpe d’Huez. Sul traguardo di una di quelle vette inscritte dentro un Olimpo circondato di magia.

Vincenzo, che oggi non è caduto da solo, ma ci ha pensato una moto che gli è passata accanto e lo ha spinto per terra, in mezzo ad una coltre di fumo, che non era nebbia, ma fumogeni imbecilli portati da altrettanti imbecilli, che non hanno la minima idea di cosa voglia dire essere un tifoso di ciclismo. Una smorfia di intenso dolore, ma era fondamentale tornare in bici. Fondamentale. E Vincenzo ci è tornato, soffrendo per una vertebra fratturata, arrivando al traguardo con tredici secondi di ritardo. Vincenzo, al traguardo, di grinta e sofferenza. Lui, che la sua autobiografia l’ha chiamata “Di furore e lealtà”.

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Tour de France 2018 – 105th Edition – 12th stage Bourg-Saint-Maurice Les Arcs – Alpe d’Huez 175.5 km – 19/07/2018 – Vincenzo Nibali (ITA – Bahrain – Merida) – photo Luca Bettini/BettiniPhoto©2018

 

E fa ancora più male perché in questo momento penso a Vincenzo, che chi scrive adora. Penso a Vincenzo, e non riesco a limitarmi ad un’analisi oggettiva. Penso a Vincenzo, cercando anche solo una ragione che potrebbe alleviargli la delusione. Penso a Innsbruck, e spero che lo faccia anche lui. Perché non è tutto buttato, Vincenzo, non lo è.

Perdonatemi, se non trovo spazio, in questo momento, alla cronaca sportiva, che prevederebbe un elogio a Steven Kruijswijk, che ha quasi compiuto l’impresa alla “Fausto Coppi” e che, non essendoci riuscito per pochi chilometri, meriterebbe forse più applausi di chi ha vinto e che invece merita il suo nome scritto su uno dei tornanti dell’Alpe. E Geraint Thomas, che vince in maglia gialla, se la merita proprio quella targhetta.

Eppure, continuo a pensare a Vincenzo, e vorrei conoscere i suoi brutti pensieri, per poterli buttare via. E vorrei potergli dire che su qualunque vetta del mondo, il primo che immagino, è sempre e comunque lui.

 

a cura di Giulia Scala Marchiano per iNBiCi magazine

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