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In aumento le granfondo che, dalla prossima stagione, rifiuteranno le iscrizioni di chi è incorso in squalifiche.

 

E il mondo del ciclismo si spacca: giusta o inutile la “tolleranza zero”?

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L’elenco delle granfondo che, dalla prossima stagione, non accetteranno più le iscrizioni dei ciclisti squalificati per doping continua ad allungarsi. E’ l’approdo, per certi versi scontato, di una lunga battaglia culturale che intende tracciare una linea di demarcazione tra chi pratica ciclismo con sano spirito sportivo e chi, invece, per due prosciutti, è disposto a ricorrere all’aiutino artificiale. E il mondo del ciclismo, come sempre, si spacca tra chi considera il “repulisti” un doveroso atto di principio e chi, al contrario, parla di scelta inutile ed ipocrita. Ecco due punti di vista (opposti) per farsi un’idea.

 

Via gli ex dopati dalle granfondo

Escludere dalle granfondo i corridori condannati per doping non solo è legittimo, ma è un “atto dovuto”. Un modo per evitare che certe manifestazioni, consacrate agli ideali più alti dello sport, si tramutino in patetiche rimpatriate fra ex professionisti smaniosi di rivalse.

Depennare i furbetti è anche un atto di necessaria prevenzione, un modo per evitare di contagiare con principi “malati” i valori immacolati del cicloturismo.

In molti casi, infatti, sono stati proprio ex professionisti dai trascorsi chiacchierati ad alimentare nelle granfondo la cultura virale dell’aiutino, spacciando consigli, ricette e talvolta persino recapiti di medici compiacenti. Per questo, tra furbi ed onesti, è necessario alzare al più presto un argine, un filo spinato da cui non far filtrare neppure una pasticca.

L’elemento competitivo nelle granfondo dev’essere, per convenzione, blando e marginale: giusto misurarsi con se stessi e, talvolta, confrontarsi con gli avversari. Ma esasperare l’agonismo, anteponendolo alle logiche virtuose dello “stare insieme”, è sempre sbagliato.

La presenza di certi personaggi, invece – che in passato hanno già “barato” – altera in partenza i principi genuini che governano queste kermesse, alzando l’asticella dell’agonismo collettivo e dunque delle prestazioni.

Ecco dunque che, in uno scenario diventato improvvisamente competitivo, può scattare il principio di emulazione, quello che contagia i bambini quando scimmiottano, dopo il gol, l’esultanza rituale del loro campione preferito. Ma se il modello è sbagliato, il rischio di rovinare il sistema è altissimo. Dunque, per non indurre in tentazione, meglio isolare subito le “mele marce” e sradicare l’ortica alla radice.

 

Chi ha pagato ha diritto alla riabilitazione

Pensare di risolvere il problema doping nelle granfondo lasciando a casa i “pregiudicati” è illusorio e persino nocivo. Il provvedimento, infatti, rischia di depistare i controlli, come se – cacciati i reietti – il pericolo cessi di esistere.

Un ex professionista, in realtà, non ha bisogno di epo per (stra)vincere una gran fondo, dunque – a dispetto della fedina penale macchiata – è quasi impossibile che si presenti ai blocchi imbottito di sostanze proibite. Molto più facile che a cadere in tentazione sia il cicloturista di scarso talento, quello che per emergere ha bisogno dell’aiutino artificiale.

 

Il valore retroattivo della sanzione, fra l’altro, è un’anomalia giurisprudenziale molto penalizzante, perché esclude dalle corse anche quei corridori che hanno già espiato le loro pene. Così potrebbe capitare che, per assurdo, un atleta risulti abile a gareggiare al Tour de France, ma non alla Nove Colli.

Lo sport, a qualsiasi livello, obbedisce invece a principi etici universali: quando un atleta sbaglia, è giusto che sia squalificato. Ma una volta scontata la sua pena, a meno che non si parli di “radiazione a vita”, il reintegro è un suo diritto giuridico.

Per questo negare ad un ciclista la partecipazione ad una granfondo, per un episodio legato ad altri tempi e ad altri contesti, è un atto d’inutile severità, un espediente per confinare il “male” al di fuori del gruppo, ignorando che, a volte, come diceva Gothe, “dove c’è più luce l’ombra è più nera”.

 

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