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E tu come la pensi?



Il twitter che annuncia il suicidio, poi la gara di solidarietà e il lieto fine. Ma di fronte al dramma di un ragazzo di 25 anni, il mondo del ciclismo si spacca: da una parte gli strenui difensori della categoria che chiedono di fermare l’onda giustizialista, dall’altra i sostenitori della “tolleranza zero” che parlano di “lacrime da coccodrillo”

 

Mauro Santambrogio, ciclista professionista di Erba, la sera del 10 ottobre posta sul suo profilo Twitter ‘Addio mondo’, parole per annunciare la sua intenzione di togliersi la vita. Una notizia choc che in poche ore ha fatto il giro del mondo.

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L’atleta 25enne ha partecipato all’ultimo Giro d Italia ma è stato sospeso a seguito delle accuse di doping. Dopo aver postato sul suo profilo quella inquietante frase, il mondo virtuale dei social network si è messo in moto con un tam tam di solidarietà per convincerlo a non compiere gesti inconsulti.

 

Erano quattro mesi che Santambrogio manteneva il silenzio pubblico e il suo annuncio ha mobilitato decine di estimatori che, sempre attraverso Twitter, lo hanno incoraggiato e invitato a farsi forza.

Ma il suo dramma, come sempre, ha diviso il grande popolo degli appassionati di ciclismo. Da una parte coloro che chiedono di fermare la gogna pubblica contro i ciclisti e dall’altra i sostenitori della “tolleranza zero” che parlano di “lacrime da coccodrillo”.

 

Stop alla gogna

Iniettarsi una dose di Epo sarà anche una cretinata da dementi, ma nell’Italia dei tangentisti, dei politici corrotti, dei mafiosi che sotterrano veleni sotto le scuole, siamo davvero convinti che la condanna sia commisurata alla gravità del reato? Per “condanna”, ben inteso, non intendiamo il biennio di squalifica o, in caso di recidiva, la radiazione dall’attività, bensì quella gogna pubblica che inchioda alla croce chiunque sia soltanto sfiorato dall’ombra diffamante del doping.

Ormai è assodato: basta un sibilo per scatenare la Santa Inquisizione della critica, tramutando – da un giorno all’altro – un atleta nel più abietto dei truffatori. Poi, però, non di rado, capita che una Cofidis sia obbligata a risarcire Rémy Di Grégorio, licenziato e poi assolto, o che un Luca Celli, dopo tre anni di pubblico ludibrio, sia scagionato con formula piena (e tante scuse) dal tribunale perché “il doping non sussiste”.

In questo feroce frullatore di reputazioni, che fagocita intere esistenze e ne sputa il nocciolo, c’è finito anche Mauro Santambrogio, stanco di convivere con l’immagine deturpata del corridore drogato.

Santambrogio, fino a quando non vi sarà una sentenza de-fi-ni-ti-va, non può essere considerato un dopato, eppure la critica ne ha già decretato la colpevolezza. Il suo legale parla di contro-analisi dubbie e, in effetti, tra i campioni A e B, sembra non vi sia corrispondenza, ma i giornali ironizzano, relegano la notizia in una breve parlando di ennesima, delirante boutade difensiva. E invece, forse, un po’ di cautela o di presunzione d’innocenza, in certi casi, non guasterebbe.

Nessuno, sia chiaro, di fronte al doping, invoca amnistie o indulti, ma quando di mezzo c’è il futuro di un ragazzo – ci chiediamo e vi chiediamo – meglio un dubbio intelligente o una certezza idiota?

 

Lacrime da coccodrillo

Per la serie “chi è causa del suo mal, pianga se stesso”, precisiamo subito che la cultura del sospetto non nasce dall’inchiostro avvelenato di certa stampa, ma da episodi seriali giuridicamente documentati che, giorno dopo giorno, hanno contribuito ad annientare la reputazione di questo meraviglioso sport. Perché sarà anche vero che, statisticamente parlando, la maggior parte dei ciclisti corre a “pane ed acqua”, ma i campioni più celebrati, quelli che in questi anni hanno acceso la passione, uno dopo l’altro, su quello schizzo di pipì, sono scivolati (quasi) tutti. Da Armstrong a Riccò, da Basso a Di Luca, da Landis a Contador, ci siamo attaccati come ventose ai televisori, sobbalzando sui divani e spellandoci le mani, salvo renderci conto – con il senno di poi – che quello spettacolo era solo una farsa da Truman Show. Ecco perché oggi i tifosi del ciclismo sono diventati scettici, mai così riluttanti ad affezionarsi all’ennesimo idolo che, presto o tardi – già lo sanno – li tradirà.

Può anche darsi che Santambrogio sia una vittima innocente della dilagante diffidenza che adombra e denigra il ciclismo moderno, ma recitare la parte della vestale, sposando la tesi del complotto, sa tanto di copione “deja vù”. E’ vero che la sospensione dall’ultimo Giro d’Italia non equivale ad una sentenza, ma se si invoca il “pugno di ferro” contro i furbetti della siringa, perché sorprendersi se un corridore viene cacciato dalla carovana dopo una positività all’Epo?

Pur esistendo la presunzione di innocenza, di fronte a certi argomenti, non si può essere esitanti o garantisti, perché il doping sta facendo ben più danni di quanto si pensi. Di questo passo, ad esempio, la cultura dell’aiutino artificiale ha finito per contagiare anche gli amatori, più volte finiti nella rete dell’antidoping per un prosciutto e un vasetto di miele. Insomma, massimo rispetto per il dramma di Santambrogio, ma se il paziente ha la febbre, non puoi dare la colpa al termometro.

 

Fonte Mario Pugliese 

Copyright © INBICI MAGAZINE

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