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FASHION ON THE ROAD. LA VIE CLAIRE, LA RIVOLUZIONE A COLORI


Nel 1984 un team francese stupì il mondo non per le sue vittorie, ma per la prima maglia di ciclismo ispirata ad un pittore. Storia di una scelta avanguardista che, con un tocco di pennello, rivoluzionò il mondo giurassico del pedale

Da che mondo è mondo i grandi cambiamenti sono figli delle grandi rivoluzioni.

La storia che vi raccontiamo inizia da una “composizione” e dal suo creatore, Piet Mondrian; composizione che, nell’arco di poco più di un ventennio, ha dettato nuove tendenze, fino ad approdare in quella parte di universo che a noi interessa: il panorama ciclistico internazionale.

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La fusione celebrata nei primi anni ’60 tra alta moda e arte – dopo che la prima decise di lasciarsi ispirare dalle più celebri rappresentazioni pittoriche (in alcuni casi fondendosi con esse) – condizionò, per sempre, lo stile.

Alcune tra le più celebri case di moda, in particolare Yves Saint Laurent, introdussero appunto la pittura nell’ambiente, riproducendo graficamente le opere d’arte e stampandole sui propri tessuti; celebri quanto intramontabili i suoi mini abiti ispirati a Mondrian.

Dopo di lui un altro grande marchio dell’alta moda come Hermès creò una linea di borse scegliendo anch’esso come fonte d’ispirazione le opere del celebre pittore olandese.

È quindi partendo dall’arte, dall’alta moda e dalla fusione tra le due che ha inizio la storia della più celebre maglia che il ciclismo ricordi.

Moda e sport, pianeti all’apparenza distanti, si sono incrociati per la prima volta negli anni ’80, finendo, da lì in poi, per contaminarsi vicendevolmente.

Il campione Bernard Hinault veste Mondrian nel 1985

Il ciclismo, legato alle sue vecchie abitudini, avvinto come l’edera alla frugalità del suo abbigliamento tradizionale – ovvero pantaloncino nero e calza bianca – incontrò il mondo della moda con il marchio e il team La Vie Claire, e da quel tutto cambiò. Come un programma televisivo visto fino a quel momento in bianco e nero, i suoi fuoriclasse in sella e i suoi colori regalarono al mondo uno dei più bei momenti nella storia del professionismo. E così il ciclismo scoprì i colori.

Nato nel 1984, grazie a Bernard Tapie (discusso presidente del Marsiglia Calcio) e sotto la direzione tecnica dello svizzero Paul Köchli, il team era composto dal tre volte vincitore del Tour De France, Greg LeMond, così come Andrew Hampsten e Steve Bauer, e dal ben cinque volte vincitore del Tour, Bernard Hinault.

L’Italia ebbe il suo peso all’interno di questo progetto un po’ “folle”; sì, perché inizialmente, la progettazione delle divise per la Vie Claire fu affidata all’italianissimo marchio Benetton. La maglia nel corso degli anni, fino ad arrivare ai primi anni ’90, subì vari restyling, la maggior parte dei quali furono necessari a causa del passaggio di consegna tra uno sponsor e l’altro.

Anche nel libro del celebre giornalista sportivo Richard Moore, “Slayng the Badger”,  viene raccontata la nascita della famosa divisa; quando dopo una lunga gestazione il progetto fu pronto, Bernard Tapie organizzò una presentazione a Parigi invitando, oltre al team, anche il designer. Fu un vero shock quando i membri del gruppo videro la maglia per la prima volta. Era di colore nero e il direttore sportivo dell’epoca Köchli la paragonò persino alla divisa di Superman, solo su base nera.

Hinault ha raccontato che la maglia era stata ideata in quel modo poiché ispirata alla divisa della celebre quanto invincibile squadra di rugby neozelandese degli All Blacks, con il probabile scopo di insinuare in chi la indossasse la stessa indomabile voglia di vincere e negli avversari la paura di affrontarli. 

Greg LeMond e Steve Bauer nella formazione La Vie Claire 1984 Photo: offside / L’Equipe.

Köchli, però, che conosceva fin troppo bene la sua materia e l’importanza dell’abbigliamento in questa disciplina, si rifiutò categoricamente di far indossare alla sua squadra maglie di colore nero poiché, sotto un cocente sole estivo, un abbigliamento di quel tipo avrebbe creato certamente molte difficoltà agli atleti, mettendoli in netto svantaggio rispetto ad altri con abbigliamento di tipo più tradizionale e funzionale.

Fu in quel momento che un ragazzo, uno stagista presente in sala durante la presentazione, si alzò e con una domanda che spiazzò tutti i presenti disse: “Che ne dite di Mondrian?”.

Ebbene sì, Piet Mondrian, il pittore che vent’anni prima aveva ispirato alcuni tra i più celebri stilisti, fece il suo ingresso nel mondo del ciclismo professionistico e, per la prima volta, lo stile sbarcò nel mondo a pedali, uno stile destinato a farsi ricordare per tutti gli anni a venire.

Il team si presentò al Tour De France con divise ispirate alla “Composition end Rouge, Jaune et Bleu”, segnando la prima vera grande rivoluzione in termini di “moda” in un universo che, fino a quel momento, era rimasto ben saldo alle sue giurassiche tradizioni.

Le forme rettangolari di colore rosso, giallo e blu, separate da linee nere, divennero così la trama inconfondibile di una delle maglie più memorabili della storia di questo sport. La genialità della scelta, come affermò anche il direttore tecnico, era sì nel design e nei colori, che attiravano l’occhio e così l’attenzione degli spettatori, ma anche nella funzionalità della divisa stessa che si prestava ad ospitare all’interno di ogni rettangolo il logo di uno sponsor diverso.

una modella sfila  con un abito Mondrian

Lo stesso Hinault ha dichiarato più volte di aver sempre amato quella maglia.

Nel 1986, La Vie Claire, regalò al pubblico uno spettacolo destinato a rimanere impresso nella memoria di tutti: Greg LeMond tagliò il traguardo seguito dal compagno di squadra Bernard Hinault, e la “Composition en Rouge, Jaune et Bleu” tagliò con loro il traguardo di uno dei più grandi eventi sportivi al mondo.

L’immortalità passa, talvolta, attraverso i gesti folli e le imprese indimenticabili; in ogni caso, comunemente, sono gli eventi straordinari e non quelli ordinari a lasciare il segno nella memoria dei suoi testimoni.

Adesso che quei giorni sono oramai lontani, nel valutare le imprese di Hinault, LeMond e dei loro compagni, uno dei primi pensieri del mondo intero, subito dopo le incredibili imprese, è sicuramente per quella maglia che portavano addosso, perché fu qualcosa di talmente iconico e innovativo da attirare l’attenzione anche di chi, prima di quel momento, non aveva mai buttato l’occhio al mondo dei pedali.

E così, al termine di quel Tour De France, quella Composizione con la quale quei ragazzi avevano condiviso gioie e dolori di un’epica impresa, restituì loro qualcosa; e il cielo sopra il Team La Vie Claire divenne finalmente Blu, il loro cuore pieno di gioia e passione si fece Rosso e di colore Giallo si fece il podio, giallo come l’oro di un Opera da ricordare. Per l’eternità. 

a cura di Eleonora Pomponi Coletti – Copyright © INBICI MAGAZINE

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