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FRANCO VAGNEUR

FRANCO VAGNEUR



Incontrare Franco Vagneur è un po’ come incontrare la storia del ciclocross italiano. La storia di un uomo di cultura e naturalmente di sport. E’ indubbiamente il più forte valdostano di tutti i tempi, forte su strada, fortissimo nel ciclocross.

 

Pluricampione italiano di questa specialità, Franco Vagneur ha più volte duellato con Roger De Vlaemink e Eddy Merckx. Dotato di una forza fisica fuori dal comune, al termine della sua carriera ha poi preso le redini della squadra nazionale di ciclocross, su consiglio di un “certo” Alfredo Martini”.

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Buongiorno Franco, come è iniziata la sua passione per le due ruote?

Buongiorno a voi. Ho iniziato nei primi anni sessanta, perché avevo alcuni amici che praticavano il ciclismo. Vigilio Berti, che ancora oggi corre nelle categorie amatoriali è uno di loro. Dapprima ci dedicavamo alle classiche uscite tra amici, nei dintorni di casa, poi ho partecipato alla prima gara in Valle d’Aosta all’età di 14 anni: si trattava di una cronoscalata nella zona di Saint Vincent, io correvo tra i non tesserati e vinsi. Nel 1961, l’anno successivo mi iscrissi alla Libertas Aosta, il mio primo team. Correvamo prevalentemente in Valle d’Aosta, oltre a qualche apparizione fuori regione. Nel 1963 passai alla Settimese, squadra Torinese, mi trasferii a Torino e approfittai per proseguire gli studi proprio a Torino. Feci poi le scuole magistrali e al termine degli studi superiori volevo andare all’università. Andai a Milano per ottenere la laurea, nel frattempo correvo con biciclette Gramaglia (le stesse di Renato Longo,n.d.r.) e lo stesso produttore di telai mi fece entrare nel Gruppo Ciclistico Corsico, nei dintorni di Milano. Anche in questo caso studiavo e pedalavo. Feci quindi due anni da dilettante nel Corsico e abitavo nella sede della società.

 

Una vita divisa sta studio e fatica, la sua?

Direi di si, mia madre voleva assolutamente che riuscissi a laurearmi. Così è stato e nella mia vita sono stato anche un professore a scuola.

 

Come furono i due anni al Corsico?

Fu un periodo bellissimo. Partecipai al Giro di Bulgaria nel 1964, e presi parte anche al Giro della Valle d’Aosta. Mi difendevo molto bene nelle corse a tappe, tanto che col senno di poi, forse avrei potuto essere un corridore su misura per quelle gare. Non ero veloce e non andavo forte a cronometro ma avevo ottime doti di recupero. L’esperienza si concluse non nel migliore dei modi, perché io, da buon valdostano, avevo nostalgia della famiglia e della mia terra, ero quindi sempre pronto a tornare a casa, anche dopo le corse. Mi trasferii così in una squadra di Ivrea per un breve periodo.

 

Nel cross invece come andava in quel periodo?

Cominciai già nel 1961. Andai migliorando, tanto che a 19 anni in Valle d’Aosta feci una bella gara chiudendo quarto, nella corsa vinta da Renato Longo che era il campione del mondo in carica. Secondo fu Severini, tra i migliori in Italia e terzo Martin, un professionista che aveva vinto la Milano Torino. Insomma feci una bella figura e capii che avevo delle buone qualità in questa disciplina, avevo battuto due professionisti nonostante fossi ancora uno junior. Diciamo che al Corsico, non interessava più di tanto questa specialità e fu per questo che correvo soprattutto su strada.

 

 

Franco Vagneur premiato da Gianni Savio

 

Dopo la parentesi a Ivrea come proseguì la sua carriera?

Ritornai in Valle d’Aosta. Mi tesserai nel G.S. Aresca, un sodalizio storico, nel 1967. Rimasi sino al 1971 e poi passai al G.S. Pejo, nuovamente fuori regione. Fu un esperienza diversa, il team credeva in me e mi offriva prospettive migliori. Mi pagavano a vittoria e fu proprio per questo motivo che incominciai a ragionare da professionista e mi impegnai a fondo.

 

Tornando al cross, a quante gare ha partecipato in carriera?

Ho partecipato a 483 gare e ho ottenuto 208 vittorie, comprese le internazionali, in un periodo compreso tra il 1961 e il 1982.

 

Ci spieghi bene: lei era più uno stradista o un crossista?

Sono conosciuto come crossista, ma viste le mie doti di fondo forse avrei potuto, come già detto, essere un buon corridore per le corse a tappe su strada. Nel 1968 lessi un articolo di Giampaolo Ormezzano e rimasi folgorato. Il giornalista piemontese parlava di Anquetil e ne esaltava le capacità fisiche, sottolineando la sua capacità di emergere nella seconda parte delle asperità. Da testardo e volitivo, incominciai a immedesimarmi nella parte e mi allenai con un occhio di riguardo sulla forza: facevo le salite con dei rapporti molto lunghi. Da allora iniziai così a spingere rapporti lunghissimi. Da un lato, esaltavo la mia potenza, dall’altro, forse mi consumavo.

 

Qual è il suo miglior risultato da stradista?

Al Giro della Valle d’Aosta del 1969, a 35 anni chiusi undicesimo assoluto. Andai forte già prima in questa corsa, ma il meglio lo ottenni in età avanzata. Ricordo una bella fuga ad Aosta nella tappa di Gressoney, mi buttai in una fontana dal caldo in corsa e chiusi centesimo. Il secondo giorno chiusi cinquantesimo a Champorcher, sempre in miglioramento. Nella terza tappa chiusi ottavo a Etroubles e quindicesimo a Cogne nella tappa numero cinque. Insomma ero un diesel. Diciamo ad onor del vero che forse non sapevo allenarmi con metodo.

Il sogno iridato invece lo ha realizzato partecipando a svariate edizioni dei mondiali, ma ancora una volta nel ciclocross.

Esattamente: avevo questo sogno e desideravo essere uno dei migliori quattro in Italia per poter partecipare ai mondiali. Ne feci ben dodici, con otto piazzamenti nella top ten, sempre in età matura.In una gara internazionale giunsi secondo alle spalle di Roger De Vlaemink, riuscii però a battere Eddy Merckx. In Italia rimasi imbattuto, nelle competizioni nazionali fui imbattuto da agosto a marzo.

 

Chi era la sua bestia nera?

Ne avevo due: Livian nei primi anni,  Di Tano negli ultimi anni.

 

Terminata la carriera da atleta, lei fu commissario tecnico del Cross. Che ricordi ha?

Nel 1982 Alfredo Martini mi portò al cross. Mi conosceva e mi stimava e mi lasciò la squadra nazionale del cross. Fu una bella esperienza, anche se per me era più facile fare il corridore. Non amavo le pressioni delle federazioni, non amavo le imposizioni e non amavo le scelte obbligate.

 

Che ruolo ha il ciclismo oggi nella sua vita?

Un ruolo marginale. Lo seguo sempre, mi diverte seguirlo. E’ un ciclismo diverso dal mio, ma pur sempre interessante. Nella mia regione, la Valle d’Aosta, mi sarebbe piaciuto vedere più ciclismo su strada, ma qui il maggiore interesse è per la mountain bike.

 

Ha qualche aneddoto particolare da raccontare?

Si, ne ho tanti. Ma ricordo con piacere il passaggio del Giro a Cervinia nel 2012. Un mio ex avversario, dopo la tappa mi disse: “Franco, oggi vedevo salire i professionisti e vedevo Franco Vagneur in loro…”. Un bel complimento per uno come me, ne vado orgoglioso.

 

Grazie Franco Vagneur, Signore nella vita e nel fango.

Grazie a voi, per me è stato un vero piacere.

 

Fonte  PAOLO MEI Copyright © INBICI MAGAZINE

 

Foto 1: Franco Vagneur

 

 

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2 )vag11
vag 22
 

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