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Giampaolo Grisandi due gambe come pistoni

Giampaolo Grisandi: due gambe come pistoni


Nel luglio del 1985 al velodromo Mercante di Bassano del Grappa si laurea, a soli 19 anni, campione del mondo nell’inseguimento a squadre. Ma in quella che doveva essere una carriera da campionissimo mancherà sempre il salto di qualità: “Il mio limite? Mi è mancata la cattiveria del vincente”

 

Ha due gambe che sembrano pistoni, anche un quarto di secolo dopo la memorabile impresa iridata nell’inseguimento a squadre.

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Lui è Giampaolo Grisandi, 48 anni (la metà dei quali trascorsi nella Forestale), soprannominato il “colosso di Ravenna” per la statura da armadio (180 centimetri per 90 chili di potenza) e, soprattutto, per quelle cosce grandi come tronchi, che gli hanno regalato il campionato del mondo di Bassano del Grappa: “Il segreto? La Romagna è una terra di passisti, quando esci in bici, la prima collina è a Bertinoro dopo più di 30 chilometri di pianura e di vento. Il passo ti viene per forza”.

 

Il merito di aver messo in bici il futuro iridato è tutto della Ciclistica Ravenna di Claudio Brusi, attuale numero uno di Frw, la fabbrica ravennate di bici che negli ultimi anni ha conosciuto un vero e proprio boom.

 

Un sincero grazie poi va “all’allora direttore sportivo Giuseppe Galanti che da junior mi ha fatto capire come ci si allenava. Ricordo gli anni ’70 con grande piacere, fu un periodo meraviglioso nel quale ho imparato le regole dello sport e della vita”.

 

La leggenda dice che, per tenere a bada gli ormoni dei ragazzini, qualcuno si era inventato la frottola del naso. Se era molliccio significava che al suo esuberante proprietario, come canta Lucio Dalla, “era partita dolcemente la mano”. Così prima di una corsa poteva capitare che i baby ciclisti venissero messi in fila per una generale tastatina del naso. Sgarrare il controllo era un’umiliazione insopportabile.

 

Una gioventù di privazioni che però non ha generato rimpianti. “Il ciclismo – dice – in realtà non mi ha tolto proprio niente. Anzi, ho imparato presto a guardarmi dentro, a gestire le emozioni e a crearmi degli obiettivi”.

 

Una serena determinazione che lo porterà già a 19 anni e qualche mese – il Griso è nato il 4 dicembre 1964 – alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 come riserva del quartetto azzurro dell’inseguimento a squadre. Un ruolo che al talento ravennate sta un po’ stretto visto che l’anno prima si è laureato campione italiano dell’inseguimento individuale e ha conquistato un argento individuale e un bronzo a squadre ai mondiali militari di Barletta.

Gli allenamenti sono massacranti: 130-140 km su strada la mattina e due ore di specializzazione in pista il pomeriggio. Grisandi gira fino allo sfinimento nel mitico anello “Servadei” di Forlì sotto gli occhi del commissario tecnico Mauro Orlati.

 

L’inseguimento a squadre è una specialità che non si improvvisa. A talento e forza bisogna saldare disciplina, armonia e senso del ritmo. Se il quartetto perde la sincronia dei cambi, comincia a steccare ed è la fine. Sono quattro chilometri da fare a tutta, senza esitazioni e, se va bene, da ripetere quattro volte: qualificazioni, quarti, semifinale e finale.

 

Nel luglio del 1985 al velodromo Mercante di Bassano del Grappa il quartetto azzurro suona una melodia incantevole. Assieme a Grisandi ci sono Silvio Martinello, Roberto Amadio e Massimo Brunelli. “Eravamo forti ma non i favoriti”, precisa Grisandi. All’epoca c’erano gli Atleti dell’Est, gente da scrivere con la maiuscola tanto era grossa e determinata a battere l’“occidente corrotto e capitalista”. Un piazzamentino insomma era già onorevole.

 

Gli italiani invece fanno il miracolo già dalla qualificazione, volata a 54,5 di media (con partenza da fermo per chi vuole fare i conti con precisione). “Il nostro leader era Martinello – spiega Giampaolo – era quello che faceva quasi sempre 20 metri in più. Nei velodromi scoperti di una volta, poi, bisognava organizzare la squadra in modo che il più forte si trovasse sempre a tirare col vento in faccia e il più debole col vento a favore. Noi non sbagliammo niente”. Il capolavoro arriva in semifinale con l’eliminazione dei sovietici, tra cui un giovanissimo Viatcheslav Ekimov: “Lì capimmo che ce l’avremmo fatta”.

 

In finale difatti non c’è storia: la Polonia crolla e l’Italia trionfa con mezza pista di vantaggio. Campioni del mondo con la soddisfazione di sentire raccontate le proprie gesta da Adriano De Zan. Ancora oggi la telecronaca dell’immortale voce del ciclismo emoziona Grisandi e compagni. Di quella sera Giampaolo ha sempre nelle orecchie il suono delle trombe da segnalazione navale: “Altro che vuvuzela: ho fatto sette mondiali ma un simile tifo non l’ho più sentito”.

 

Campione del mondo a neanche 20 anni, ai quarti nell’inseguimento individuale, Grisandi ha tutta una vita davanti per confermarsi.

 

Le soddisfazioni, però, arrivano a singhiozzo. Campionati italiani a squadre e individuali come piovesse – alla fine saranno cinque – ma in campo internazionale ‘solo’ il sesto posto a squadre alle Olimpiadi di Seul e l’argento nell’individuale ai giochi del Mediterraneo. Poi più niente. Il quartetto si era smembrato già nel 1986, perdendo tutta la sua magia. Martinello si sarebbe avviato a una grande carriera tra i professionisti e anche Amadio aveva fatto il grande salto. Grisandi è costretto a rimanere dilettante: “A quei tempi il passista veloce non era molto ricercato. Il ciclismo ruotava attorno al blocco Moser-Saronni: erano preziosi solo gli uomini che servivano a loro due. Che peccato, fossi nato qualche anno più tardi avrei potuto fare l’apripista di qualche velocista”. Se la pista è un po’ snobbata, neanche ventotto successi su strada gli aprono le porte del ciclismo ‘che conta’. Della sua generazione ha più fortuna gente come Roberto Conti o Fabiano Fontanelli: altri fisici, altre caratteristiche ma stessa determinazione.

 

A Grisandi non resta che fare da chioccia ai rampanti Fabio Baldato, Giovanni Lombardi e molti altri. Poi nell’88, dopo Seul, la Nazionale lo lascia definitivamente ai margini. Dopo sei anni la motivazione dell’addio è un po’ burocratica: “Cambio del gruppo di lavoro”.

 

Grisandi entra nel Corpo forestale dello Stato – “è stato una specie di investimento, meglio che passare professionista” – e continua a prendersi le sue belle soddisfazioni considerato che nel ’90 è ancora tricolore nell’inseguimento individuale. Smette nel ’94, a 30 anni, per poi rientrare come tecnico a cavallo del nuovo secolo, esperienza che dura fino al 2008. Nel frattempo la scuola ravennate della pista continua a mietere successi in tutto il mondo con Andrea Collinelli, altro ciclista della Forestale.

 

Una carriera encomiabile, quella di Grisandi, ma con un difetto che, a seconda del punto di vista, appare come un grande pregio: “Non sono mai stato un agonista esasperato. Il mio limite è non avere avuto la cattiveria del vincente. In tanti anni di ciclismo, pista e strada, non credo di avere mai fatto scorrettezze a qualcuno”.

 

 

fonte Mario Pugliese iNBiCi magazine

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