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GIRO. ELIA, IL PROFETA


Haifa è una città che lavora. Porto florido del nord di Israele e anche ricca di industrie. Ma ha un cuore culturale vivissimo.

 

 

Sorge ai piedi del Monte Carmelo, catena montuosa di una quarantina di chilometri, è ricca di riferimenti religiosi. Per esempio, il Monastero di Stella Maris, costruito, pare, su una grotta nella quale avrebbe dimorato il profeta biblico Elia. Anche l’UNESCO ha una parte del suo patrimonio dentro le sue mura. Sono i giardini pensili, piccole oasi verdissime intervallate da terrazze, che giungono ad un tempio della religione Bahà’i. Il principio di questa religione è sottolineare l’unione dell’umanità. Come l’abbraccio che Israele ha voluto regalare al Giro d’Italia in questa seconda frazione estera.

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Lungo gli immensi stradoni che collegano Haifa a Tel Aviv, la gente si è fatta sentire, vedere, apprezzare. Bandiere locali che sventolavano al ritmo di un vento laterale, che ha trasformato il mare della costa in una coperta di vele blu dagli orli bianchi, in rapida successione. Blu e bianche, come il vessillo dello stato. Blu e bianche come le maglie della Israel Cycling Academy, la squadra di Guillaume Boivin, natio di Montreal, in Canada, ma che avrebbe dato qualsiasi cosa per poter vincere oggi. Andato in fuga dall’inizio, poi ripreso, è ripartito da solo a più di trenta chilometri dal traguardo. Lo hanno ripreso quando ne mancavano sedici. Non è andata, peccato. E’ il più combattivo di giornata.

Sul percorso, solo una piccola salita di circa due chilometri e qualcosa. Un GPM che ha assegnato la prima maglia azzurra di miglior scalatore; la indosserà Enrico Barbin, dopo uno scatto da apnea che è valso la pena innestare.

Tel Aviv è “collina di primavera”, questa la traduzione in italiano. Quasi fa pensare alla Milano – Sanremo, per il nome che porta. E un po’ di Italia c’è davvero, dal 1997, poiché è proprio gemellata con Milano; e proprio come lei, è una città dai mille volti. Sembra di essere dentro un macchina del tempo a camminare a piedi nelle sue vie, quasi sempre affollate dai turisti. Vicoli divisi tra costruzioni provenienti dal futuro e angoli che sembrano invece provenire direttamente dal passato.

Sulla promenade di Jaffa si è chiusa la seconda tappa. Ha vinto Elia Viviani, circondato da un mare di persone, che hanno voluto essere parte, anche solo per un giorno, per un’ora, per pochi minuti, di un evento unico e quasi irripetibile. Bimbi affascinati da frecce colorate sparate a sessanta chilometri all’ora e che sogneranno, forse, di poter essere lì in mezzo, un giorno. Per il momento, a bordo strada, ad applaudirli tutti, solo per un paio di secondi. Quelli che hanno tolto la Maglia Rosa a Tom Dumoulin per metterla sulle spalle di Rohan Dennis. L’amore dà, l’amore toglie.

Elia, che è alla sua seconda vittoria al Giro d’Italia, dopo la tappa di Genova nel 2015. Elia, che adesso è Maglia Ciclamino. Elia, che è anche il nome di quel profeta che ha abitato ad Haifa, il quale la leggenda lo racconta come santo, rapito da un carro di fuoco e portato in cielo. Elia, che in cielo, porta i cuori di tutti noi.

 

A cura di Giulia Scala per InBici Magazine

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