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L’importanza del Casco

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Visto i recenti fatti che hanno riguardato personalmente la mia stretta cerchia di amicizie ho proposto io al mio editore Maurizio Rocchi di poter scrivere questo articolo. Lui da persona intelligente oltre che da praticante ciclista (in passato è stato un buon dilettante; ora per motivi di lavoro pedala meno, purtroppo…) mi ha dato carta bianca nella stesura del pezzo. Se avrete voglia di leggere quanto segue potrete capire meglio cosa vi sto per dire.

 

Lui si chiama Alfonso Ravizza, lei Monica Cuel, rispettivamente un caro amico fraterno e la mia compagna di vita e di pedalate. Loro sono i due casi più vicini a me di come il caschetto protettivo correttamente indossato sia in gara (dove, per fortuna, è obbligatorio) che in allenamento (dove, purtroppo obbligatorio non lo è ma dovrebbe esserlo!) possa salvare la vita di un ciclista. E di vita, come si sa, ce n’è una sola…

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Sono ancora troppi coloro che non ne fanno uso o, con eccessiva leggerezza, lo appoggiano con il cinghietto sulla piega manubrio della bici, specialmente in salita o in pianura; come dire che, tranne in discesa, in bici non si può cadere e nemmeno battere la testa. A cosa serve? Mah, bisognerebbe chiederglielo. Forse a proteggere il comuputerino o forse il casco è solo un optional ingombrante…?

Sta di fatto che un accessorio se danneggiato lo si ripara o lo si sostituisce, il cranio no, quello si rompe, sanguina, fa male e le conseguenze che derivano da un forte impatto col terreno (come è capitato ad Alfonso, a Monica e a migliaia di altri ciclisti) sono la maggior parte delle volte gravi o tristemente letali.

Di recente, un altro amico pedalando sul lago nel primo caldo weekend di giugno, ha contato circa 18/20 ciclisti su 100 privi di casco che sfrecciavano in tutta tranquillità in mezzo al traffico di vacanzieri domenicali a bordo di auto, moto e camper. Una percentuale troppo alta per i miei gusti; non erano in gara ma è come se lo fossero stati. E la scusa del caldo o del peso oggi, con i nuovi materiali utilizzati per la loro costruzione, non esiste. Le aziende produttrici mettono in commercio caschi da bici leggeri, comodi, sicuri e soprattutto omologati con le più severe certificazioni che il mercato richiede. Quindi niente scuse, il casco lo si usa e basta, non ci sono deroghe o favoritismi che tengano a partire da alcuni professionisti che, gara a parte dove ne vige l’obbligo e pensando di essere degli “highlander” (immortali), spesso in allenamento non lo mettono. Se l’esempio deve venire dall’alto bisogna cominciare proprio da loro che per molti giovani rappresentano degli esempi da emulare e poi una bella ritoccatina al codice della strada, come esiste già in altri stati europei e nel mondo, dove il casco per qualsiasi tipologia di ciclista è obbligatorio. Solo così potremmo adeguarci a popoli ciclisticamente più evoluti e a limitare il numero di vittime che troppo di sovente andiamo a piangere sulle nostre strade.

 

E allora cosa fare?

Personalmente esordirei con una corretta informazione di come e perché lo si usa, a cominciare dalle scuole elementari, magari con la testimonianza della polizia municipale e delle forze dell’ordine.

E poi, come ho accennato poc’anzi nel corpo dell’articolo, sarebbe opportuno che il mondo del professionismo si faccia promotore di iniziative e campagne a favore dell’uso obbligatorio del casco.

Infine le aziende stesse dovrebbero fare in modo di incentivare e stimolare i ciclisti ancora scettici o restii; far capire loro l’importanza di indossare sempre il casco anche solo per una gita con amici. Pochi semplici gesti e una volta calzato il caschetto sulla testa, un’aggiustatina al cinturino e una alla chiusura micrometrica, e vedrete che pedalare in sicurezza diventerà sicuramente più bello per tutti.

 

Didascalie foto:

 

1)     Il casco Selev Matrix di Alfonso Ravizza andato completamente distrutto nell’impatto col terreno dopo una caduta in discesa a 45 all’ora causata dalla fuoriuscita della camera d’aria dal cerchio. Si nota, nella parte posteriore destra, il punto dove il casco ha battuto sull’asfalto. All’interno la struttura è andata in frantumi mentre, all’esterno, i segni di rottura sono meno evidenti. Alfonso ha riportato la frattura scomposta della clavicola, del bacino, dell’acetabolo del femore e del pube, tutto dalla parte destra ma, grazie al casco, la testa è salva!

 

2)     Stesso discorso per il casco Carrera Radius di Monica Cuel, anche lei caduta in discesa a circa 60 all’ora dopo l’esplosione della camera d’aria della ruota anteriore. Il punto d’impatto violento con l’asfalto nella parte destra ha causato una rottura orizzontale netta della speciale struttura interna in alluminio e conseguente visibile deformazione, anche esterna, del casco. Monica ha riportato escoriazioni ed ematomi di vario genere su tutta la parte destra del corpo ma non ha avuto fratture e, soprattutto, non ha subito traumi alla testa che in questo caso avrebbero potuto essere veramente molto seri…

 

3)     I caschi incidentati di Alfonso Ravizza (Selev Matrix bianco) e di Monica Cuel (Carrera Radius rosso-nero-bianco).

 

 

a cura di Roberto Zanetti

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