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MARILISA ZANINI, FIORI D’ARANCIO TRA BICI E PARQUET


Brain. Il cervello governa il nostro corpo, anche se la storia di Marilisa Zanini, classe 1993 di Treviso, scorre sui binari della disconnessione. E’ un percorso che parte dal basket con la divisa dell’Olimpia Milano ma che, in parallelo, declina sui pedali della bicicletta.

Una scelta (anche) di cuore, visto che il compagno è il ciclista professionista della Deceuninck – QuickStep Mikkel Honore, sì proprio quello che al Giro d’Italia del 2020 – in ginocchio e con l’anello in mano – le chiese di sposarlo.

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Marilisa, come procedono i preparativi per le nozze? C’è già una data?

“Innanzitutto penso che la proposta sia arrivata in un momento molto significativo per noi, ma anche per la situazione di pandemia che stiamo vivendo. Dopo quasi 5 anni direi che era arrivato il momento ma, tra il mio lavoro e il suo, non abbiamo mai avuto il tempo di parlare di questo passo. Anche per questo Mikkel l’ha fatto durante il suo ‘lavoro’, scegliendo un posto a me molto caro, ovvero in terra trevigiana e durante il giro d’Italia. Per me la corsa rosa è sempre stata una gara molto sentita che ho sempre seguito con passione. Mi ricordo da piccola uno dei miei primi giri d’Italia con l’arrivo proprio davanti casa e mio nonno che aveva dato una mano nell’organizzazione di quell’arrivo. Mi ricordo di una piccola Marilisa con una bandierina rosa in mano che incitava i corridori e, tutta felice, applaudiva chiunque passasse in bicicletta. Quel giorno resta uno dei miei ricordi più belli, anche se adesso posso dire di averne un altro nel mio cuore, quella famosa tappa in cui Mikkel mi ha chiesto la mano. Purtroppo, con l’incertezza di questo periodo, è difficile programmare l’evento, ma ci stiamo provando. Per la verità, dobbiamo ancora decidere in quale paese celebrare le nozze, se Italia o Danimarca. Diciamo comunque che, avendo l’anello al dito, io mi sento già sposata”.

Essere fidanzata con un ciclista professionista vuol dire saper gestire il peso della distanza. Come riuscite a mantenere viva la passione pur vivendo, per molti mesi, in continenti diversi?

“Ormai ci siamo abituati. Del resto, anche se lui fosse sempre a casa, non ci sarei io. Perché tra allenamenti, partite di minibasket e della serie A e giornate in ufficio ci sono poco a casa. Quindi diciamo che, quando ci riusciamo, proviamo a conciliare il suo ritorno con il mio. Ormai abbiamo trovato il nostro equilibrio. Non è sempre stato facile ma ora ci siamo riusciti pianificando sempre tutto, anche se ogni tanto qualche cambio di programma ci coglie di sorpresa”.

Come vivi le gare quando gli sei vicino?

“Inizialmente le vivevo ‘di stomaco’ come se fossi un coach a bordo campo. Poi mi sono resa conto che la strada non è il parquet e le dinamiche sono totalmente diverse. Diciamo che, in quel momento, sono la ragazza di Mikkel e quindi ridimensiono la cosa e mi limito semplicemente a sostenerlo. Spesso vado alle gare con qualche mia amica estranea al mondo del ciclismo e dello sport, così nel pre-gara possiamo vedere e scoprire la città, avventurarci per musei che mi piacciono molto e poi, dal momento che inizia la gara, parto con il tifo e il supporto. Alla fine sono state le mie amiche che mi hanno insegnato il modo giusto per stargli vicino”.

In certi momenti è difficile essere la fidanzata di un professionista?

“Mah, in casa di ciclismo alla fine si parla poco. Lui fa il suo lavoro ed io il mio. La cosa bella è che, essendo un professionista, in qualsiasi occasione, posso vederlo in televisione e quindi posso stare più tranquilla rispetto a quando era solo un U23 e la copertura televisiva non c’era mai. Posso dire che la convivenza non è sempre facile perché non mi capacito di quante cose per la bici ci siano in giro per casa. In ogni cassetto trovo tacchette, scarpette, pompe, copertoni, spille per i numeri, viti ecc… insomma, lui monopolizza un’intera stanza e non solo, mentre una stanza con solo i miei vestiti sarebbe più comoda”.

Sono tanti anni che vi conoscete: come hai vissuto il suo passaggio dalle categorie minori al professionismo?

“La nostra conoscenza, partita quando lui era ancora Juniores, si è consolidata negli anni fino a diventare una storia d’amore solida. Non avrei mai pensato di ritrovarmi un giorno ad essere la fidanzata di un corridore. In questo senso ho sempre più pensato al mondo del basket e quindi inizialmente non è stato facile adattarmi ai suoi ritmi anche perché il ciclismo è totalmente differente rispetto alla pallacanestro. Ricordo il suo passaggio come Under 23 con la Lotto Soudal; dalla Danimarca si era trasferito in Belgio, quindi la tratta Milano- Bruxelles ormai la conoscevo benissimo. Però, in quel momento, essendo una studentessa universitaria, avevo più tempo a disposizione e potevo sostenerlo nella sua nuova vita in Belgio.

Non è stato semplicissimo, ma diciamo che ormai mi ero affezionata al Belgio e alla loro passione per il ciclismo. Quando poi è diventato un professionista abbiamo pensato assieme quale potesse essere la soluzione migliore per entrambi. Bisognava tutelare il nostro amore e, nel contempo, continuare i nostri rispettivi percorsi lavorativi. A quel punto, lui ha deciso di trasferirsi a Bergamo, che era a metà strada tra dove vivevo e lavoravo io, ovvero Milano e Treviso, dove tornavo i weekend per stare con la mia famiglia. E’ stato un periodo di sacrifici, ma vederlo appagato per aver raggiunto uno dei suoi primi obiettivi mi ha reso felice”.

Come procede invece la sua stagione con l’Olimpia Milano? Quali sono gli obiettivi di questa stagione?

“L’obiettivo è sicuramente una crescita mia personale e lavorativa, sia come allenatrice sia all’interno dell’ufficio nel nuovo ruolo che ricopro, ovvero ‘Arena Operations’. Un po’ mi manca giocare non lo nego, però penso che il basket mi abbia dato tanto nella vita e anche Olimpia mi sta insegnando molto. Inoltre, grazie al campionato e all’Eurolega, mi sta dando l’occasione di vedere il basket in tutt’Europa come si sta evolvendo. Insomma, sto imparando molto”.

Per concludere, basket e ciclismo sono due sport diversi ma hanno punti in comune?

“In entrambi i casi, dei risultati positivi di sicuro si può sempre gioire, così come dalle sconfitte si può sempre imparare. Per quanto riguarda la competitività, beh diciamo che – ogni qual volta esco in bici con Mikkel – faccio sempre iniziare una gara, anche se puntualmente, metro dopo metro, mi accorgo che stargli dietro è impossibile. Però sono stata un’agonista e quindi ogni volta ci provo. Anche in casa spesso improvviso piccole gare per riordinare le cose e lì almeno vinco. Siamo due sportivi, ogni momento è valido per far iniziare la competizione. E anche questo è un modo per amarsi”.

a cura di Leonardo Serra  ©Riproduzione Riservata-Copyright© InBici Magazine

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