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Marino Vigna - foto Guido Rubino.com

MARINO VIGNA “HO INSEGNATO A MERCKX AD ANDARE PIANO”

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Ignorato dalle biografie, ma determinante nella carriera del Cannibale, il tecnico milanese racconta in esclusiva la genesi e la maturazione del campionissimo fiammingo. Partendo dallo storico trionfo al Giro d’Italia di 50 anni fa

L’appuntamento è in pieno centro: Bianchi Caffè, a pochi metri dal Duomo di Milano. Aperto dalla colazione alla cena, questo raffinato locale presenta una sequela di ampi spazi che ospitano anche un ristorante, un negozio di biciclette ed una ciclo-officina.

Da qui, all’ombra della Madonnina, la gettonata coppia Luca Gregorio-Riccardo Magrini trasmette per Eurosport le fasi salienti del Giro d’Italia in un ministudio allestito in uno dei locali, grande attrattiva per gli appassionati di ciclismo perché di questi tempi è facile incontrare importanti personaggi del mondo delle due ruote. E ancor più facile è scambiare opinioni e battute con i due telecronisti.

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Al Bianchi Caffè, mentre scorrono sul maxi-schermo le immagini della corsa rosa, ho deciso di rivivere il Giro di cinquant’anni fa e del suo straordinario interprete, Eddy Merckx, con colui che l’ha guidato in quella fantastica esperienza. Molti, per non dire troppi, hanno dimenticato che a pilotare colui che nel volgere di un paio d’anni si sarebbe trasformato nel “Cannibale” era un tecnico milanese, Marino Vigna.

Molti storici nel riproporre la straordinaria carriera del più forte ciclista di tutti i tempi non fanno alcun accenno a questo personaggio talmente riservato e schivo da essere completamente ignorato.

Dopo varie esperienze come c.t. della pista, prezioso assistente del c.t. Martini, dirigente della Lega, degli Azzurri d’Italia, degli olimpionici, Vigna riveste in seno alla Bianchi il ruolo di “responsabile reparto squadre per i giovani” quindi mi pareva logico intervistarlo “a casa sua”. Ecco il suo racconto.

“Avevo concluso la stagione 1967 in seno alla Vittadello con un buon piazzamento al Giro di Lombardia su un percorso non certo adatto alle mie caratteristiche. Avrei potuto e voluto continuare perché la cabala mi era favorevole, negli anni pari, infatti, erano sempre arrivati i migliori risultati. Ai Giochi di Roma ‘60, dilettante, avevo conquistato la medaglia d’oro nell’inseguimento a squadre insieme con Arienti, Testa e Vallotto, mentre nel ’64 ho vinto la Tre Valli Varesine, una tappa del Giro di Romandia ed il Giro delle Tre Province. A trent’anni potevo fare ancora qualche cosa, ma Fiorenzo Magni mi ha convinto a smettere e a collaborare con Vincenzo Giacotto nella gestione della Faema che aveva deciso di rientrare nel ciclismo”.

Piccola curiosità: dieci anni prima, il marchio della nota azienda di macchine da caffè campeggiava sulla maglia di Rik Van Looy, uno dei ciclisti fiamminghi più amati, due volte campione del mondo, vincitore delle classiche più ambite dalla Roubaix al Lombardia.

Eddy Merckx

 

Come siete riusciti ad ingaggiare Merckx?: “Merito di Vincenzo Giacotto che ha saputo dare al giovane corridore quelle garanzie che andava cercando. Mi spiego. Merckx nel 1964 si è laureato campione del mondo dilettanti, a Sallanches. Qualche tempo dopo a Tokyo ha fallito il traguardo olimpico, cosa che ha sempre rimproverato a Gimondi ‘hai impedito che io vincessi’, lo apostrofava e Felice di rimando ‘ma io ho permesso ad un mio compagno, Zanin di conquistare la medaglia d’oro’. Nella primavera del ’65, non ancora ventenne, è approdato al professionismo nella Solo Superia che aveva come leader i due mostri sacri fiamminghi, Rik Van Steenbergen e Rik Van Looy. Chiaro che non potesse avere libertà d’azione, per questo la stagione successiva – su consiglio del suo procuratore Van Buggenhout – accettò l’ingaggio della Peugeot. Con quella maglia colse le prime importantissime vittorie: Milano-Sanremo per due anni consecutivi, campionato del mondo nel ’67 dopo essersi aggiudicato Gand-Wevelgem, Freccia Vallone e due tappe del Giro d’Italia. In quella formazione di tutti francesi c’erano solo tre stranieri, lui appunto, l’inglese Tom Simpson e lo svizzero Andrè Zimmermann. Ovvio che non si sentisse a proprio agio.

A Heerlen, alla vigilia del mondiale che vinse entrando nella fuga propiziata da Motta fin dalle prime battute, sottoscrisse il contratto con la Faema. Giacotto, pur di averlo in squadra, aveva acconsentito ad ingaggiare otto fiamminghi: Lelangue, Van Schil, Swerts, Van den Bossche, Sercu, Spruyt, Reybrouck e De Fauw.

Come è stata accolta la calata dei fiamminghi in una squadra italiana? “Tutti conoscevamo le doti di Merckx, ma tutti nutrivano dubbi sulla sua tenuta in una grande corsa a tappe come era emerso nel corso del Giro ’67. Per questa ragione era stato ingaggiato Vittorio Adorni, con un bello stuolo di gregari fidati perché offriva le più ampie garanzie dopo che aveva dominato il Giro ’65. Avevamo programmato una stage in Calabria e, su suggerimento di Adorni, avevo preparato un circuito molto impegnativo, per sottoporre i nuovi acquisti ad una sorta di test. I corridori italiani ci tenevano a far bella figura, Adorni soprattutto, tanto che si era presentato al raduno ben rodato. Invece Eddy era reduce da un inverno diciamo molto intenso. Si era appena sposato, aveva fatto qualche sei giorni ed era notorio che durante la sosta invernale i corridori del nord non facevano certo vita da atleti. Primo allenamento, i corridori italiani ci danno dentro, ma dopo alcune ore Adorni si avvicina all’ammiraglia e mi sussurra ‘per oggi basta così altrimenti questo qui ci stacca tutti’. E’ stato il primo impatto”.

Marino Vigna

 

Lei che cosa ha fatto per inquadrare un corridore così estroso? “Gli ho insegnato ad andare piano” è la sorprendente risposta, che poi Marino Vigna articola meglio: “Come tutti i belgi, Eddy pensava che ogni corsa fosse da affrontare come una classica, ma soprattutto l’ho convinto ad alimentarsi correttamente in corsa e fuori corsa. I risultati si videro subito: concluso lo stage in Calabria ed il Giro di Sardegna aveva già perso qualche chilo. Ricordo che dopo aver vinto la sua prima Parigi-Roubaix mi disse ‘non avrei mai pensato che così magro avrei potuto affrontare il pavé’. Altra cosa su cui ho insistito molto: affrontare e sfruttare le discese. Con qualche opportuno accorgimento Eddy ha imparato ad essere pienamente padrone della bici e spesso ha sfruttato la sua abilità di discesista. Ma forse il mio maggior merito è quello di avere accolto Merckx come un mio corridore, non ho mai pensato al suo passaporto e che parlava un’altra lingua. Si è stabilito un bel rapporto di amicizia e di reciproca stima. Da noi alla Faema, si è sentito a casa”.

Veniamo al Giro. Ci sono stati momenti difficili? “La cosa più complicata era convincerlo a stare calmo e non attaccare tutti i giorni. Il percorso era abbastanza diverso dal solito, non solo perché il traguardo finale era fissato a Napoli ma anche perché le difficoltà più insidiose erano piazzate nella seconda settimana, con l’arrivo alle Tre Cime di Lavaredo (per cancellare la vergogna delle spinte dell’anno precedente) e la cronometro di San Marino. Bene, dopo il prologo prime due tappe, due vittorie: una in volata battendo Basso ed una per distacco a Saint Vincent. Abbiamo faticato non poco Giacotto ed io ma anche Adorni a convincerlo che era meglio che la maglia rosa passasse sulle spalle di altri per non logorare la squadra. Così per una settimana è stato Dancelli ad indossarla ed Eddy non era certo felice. Arriva la tappa delle Tre Cime e la tattica studiata a tavolino è che Eddy scatta quando la strada comincia a salire. Parte la solita fuga da lontano, noi siamo ben rappresentati da Casalini e da Armani ma Merckx scalpita. Dopo un po’ Radiocorsa annuncia che Eddy ha lasciato il gruppo, gettandosi tutto solo all’inseguimento dei battistrada. Arrivo all’altezza di Adorni e gli chiedo ‘gliel’hai detto tu di scattare?’ ‘no, ho cercato di tenerlo buono ma lui ha fatto di testa sua. Prova tu a fermarlo, io non ci sono riuscito’. Forzando il blocco della giuria l’ho affiancato, e l’ho convinto a desistere, minacciando di travolgerlo con l’auto se non ubbidiva. Ad Auronzo i fuggitivi avevano ancora dieci minuti di ritardo. Lì è cominciata la straordinaria rimonta di Merkcx in una giornata di pioggia, di neve, di vento gelido. In un primo tempo l’hanno seguito Zilioli ed Adorni, poi ha innestato il turbo e ha ripreso tutti i fuggitivi, l’ultimo, il povero Polidori se l’è visto sfrecciare a doppia velocità quando al traguardo mancavano trecento metri. Credo che in quel giorno Eddy Merkcx abbia raggiunto il vertice del suo rendimento, è stato il giorno di tutta la sua carriera in cui è andato più forte”.

Le ha chiesto perché aveva voluto scattare prima del previsto? “Mi ha confessato che due giorni prima era rimasto male perché puntava a vincere sul Monte Grappa ma non era riuscito a raggiungere Casalini, suo gregario, che faceva parte della fuga e che aveva tagliato per primo il traguardo. Non voleva che la cosa si ripetesse alle Tre Cime di Lavaredo”.

1971, shows Belgian cyclist Eddy Merckx during the 1971 Tour de France between Rungis and Nevers. Merckx, speaks with his sporting director Mr Driessens. (Photo credit should read /AFP/Getty Images)

 

Perché dopo il trionfo al Giro (maglia rosa, classifica a punti, miglior scalatore) non avete lasciato che Merckx disputasse il Tour? “Era giovane, aveva appena 23 anni e poi in Francia non avrebbe avuto una squadra all’altezza, visto che quell’anno si correva ancora per nazionali. Sicuramente in Italia aveva conquistato migliaia di tifosi, ma in Belgio la vecchia guardia capeggiata da Van Looy resisteva alla grande e mal sopportava di essere soppiantata da un ragazzino. Gli avevamo garantito che la stagione successiva avrebbe avuto l’intera squadra a sua disposizione e avrebbe potuto dare l’assalto alla maglia gialla con maggiori chances.

Già, si passa al fantastico Tour del ’69 ma prima c’è il fattaccio di Savona, l’accusa di doping, l’espulsione dalla corsa, le polemiche le accuse, la riabilitazione. “Già, dopo il trionfo in Italia l’opinione pubblica in Belgio era pronta ad abbracciare il nuovo campione, ma ci voleva un uomo d’esperienza che lo tenesse lontano dalle polemiche, Per questa stagione nonostante il parere contrario di Giacotto, i responsabili della Faema d’accordo con Van Buggenhout decisero di inserire nello staff tecnico Guillaume Driessens, che aveva pilotato l’ammiraglia con Coppi, Van Steenbergen, Van Looy. Lui copriva le classiche del nord mentre io restavo l’uomo di fiducia di Giacotto. L’inizio di stagione fu travolgente, terza vittoria alla Sanremo con l’aggiunta del Giro delle Fiandre e della Liegi-Bastogne-Liegi. Eddy aveva preso il via al Giro ma con la testa era già al Tour, scortato dai suoi fedeli gregari fiamminghi non aveva avuto difficoltà a vincere tre tappe, lasciando ad altri l’onere della maglia rosa. L’aveva conquistata a San Marino, alla vigilia della cronometro che aveva dominato, lasciando a più d’un minuto quel Gimondi che dodici mesi prima, sullo stesso traguardo s’era concesso il lusso di batterlo. Insomma, il Giro d’Italia era incanalato nel migliore dei modi, ma dopo il giorno di riposo al termine della tappa Parma-Savona, fu trovato positivo al controllo antidoping. In quella vicenda c’erano tanti aspetti normativi poco chiari, io pensai subito che Merckx fosse vittima di una congiura, che qualcuno avesse manipolato le provette. Resta il fatto che la maglia rosa fu allontanata dalla corsa, rientrò in Belgio con l’aereo reale mentre in Italia c’era una vera e propria sollevazione a tutti i livelli a favore di Eddy. In base ai regolamenti non avrebbe potuto partecipare al Tour perché, oltre all’espulsione doveva subire un mese di squalifica fino 2 luglio, ma il presidente dell’UCI Adriano Rodoni convinto della sua innocenza, accolse il ricorso della Lega Velocipedistica belga che ne chiedeva la totale riabilitazione. Furono giorni difficili per tutti, anche per me, perché Driessens, che non era al seguito del Giro, in ogni intervista non mancava di sottolineare che se ci fosse stato lui Eddy non avrebbe corso alcun pericolo. Che Merckx fosse “pulito” lo sapevo e lo sapevamo bene perché il giorno dopo l’affare-Savona tutta la squadra fu sottoposta a controllo antidoping da parte della società e tutti risultarono negativi. A distanza di anni intravvidi la possibilità di tornare sull’argomento e denunciare l’autore della macchinazione. Ne parlai con Eddy che non ne volle sapere di riaprire quella pagina per lui terribile ‘ho dimostrato con i fatti, a colpi di pedale, la mia innocenza’ era solito ripetermi. E’ andata così”.

Eddy Merckx e Felice Gimondi

 

E al Tour ha sfogato tutta la sua rabia: “Già ero anch’io al seguito di quel Tour anche se ufficialmente figurava Driessens che pagava alcune scelte che io facevo e che avevano il pieno appoggio di Giacotto. A quell’epoca gli organizzatori si preoccupavano di tutto, dal mettere a disposizione delle varie squadre le ammiraglie e le auto di servizio l’alloggio pere tutti i partecipanti, i rifornimenti. Per partecipare al Tour de France le squadre dovevano sborsare fior di quattrini, però. Non sempre i corridori erano alloggiati nel migliore dei modi, capitava magari di finire a dormire in caserme o collegi. La prima volta che siamo finiti in un complesso scolastico ho fatto sapere a Levitan, responsabile dei rapporti con le squadre: noi siamo qui per correre, non per andare a scuola. La prossima volta che ci fissa come alloggio un posto simile io vado a cercare un albergo e le mando il conto da saldare. Cosa che puntualmente è accaduta. M’ero accorto che saremmo finiti in un collegio femminile, ho incaricato un massaggiatore di avvisare i corridori, a tappa ultimata di trovarsi in un dato punto per raggiungere poi l’albergo che avevo scovato. Ovviamente avevo infranto il ferreo regolamento che non ammetteva deroghe, le squadre dovevano dormire nei luoghi loro assegnati. Non essendoci traccia dell’intera Faema, gli organizzatori avevano mobilitato la gendarmeria per cercarci. Driessens s’è preso una lavata di testa, i corridori invece mi erano grati anche perché prima della conclusione del Tour avevano cambiato tre o quattro alberghi, ben più confortevoli d iquelli previsti in un primo tempo. E alla fine Levitan saldò il conto di quello che avevo trovato io”.

Tour da incastonare, stagione salvata dopo il fattaccio di Savona, ancora un anno all’insegna di colui che era diventato il Cannibale, ovvero il 1970. “Vincenzo Giacotto minato da una grave malattia era riuscito a convincere i patron a restare nel ciclismo, con il nome Faemino. L’ossatura era la stessa, ormai era una squadra di fiamminghi che parlavano per lo più in italiano. Quell’anno Eddy centrò la prima accoppiata Giro-Tour. Un nitido ricordo del giorno in cui affrontò il Mont Ventoux. Alla partenza si era presentato con il lutto al braccio, molti ritennero che l’avesse fatto in ricordo di Tom Simpson, suo compagno di squadra alla Peugeot morto tra le pietre assolate di quella terribile montagna tre anni prima. Invece Eddy voleva rendere omaggio a Giacotto, e per lui tagliò per primo il traguardo in perfetta solitudine. Subito dopo l’arrivo, non avendo alcuna voglia di concedere interviste, chiese agli infermieri di usare la bombola ad ossigeno, disse due cose alla televisione belga poi salì sull’ambulanza che lo accompagnò in albergo”.

Eddy Merckx ha continuato a correre per squadre italiane, la Molteni dopo la Faema, ma lei non era più al suo fianco. “Vero, la morte di Vincenzo Giacotto ha lasciato un grande vuoto alla Faema, vuoto che io non sono stato il grado di colmare. Per questo patron Valente ha deciso di lasciare il ciclismo, cedendo la squadra alla Molteni. Io ero sotto contratto, avrei potuto continuare, ma c’erano Albani, Fontana, Di Lorenzo, io invece avevo una famiglia da seguire, avrei dovuto stare lontano da casa troppo tempo. Ho fatto altre scelte, tutto qui”.

Vero, ma quello che ha fatto il cavalier Marino Vigna in quei primi tre anni alla corte di un giovane talento che lui ha contribuito a trasformare in fenomeno non lo si può certo cancellare. E soprattutto, per rispetto alla verità storica, non lo si deve dimenticare.

 

di Gianfranco Josti  Copyright © INBICI MAGAZINE

 

CHI E’ GIANFRANCO JOSTI

Gianfranco Josti è uno dei più autorevoli giornalisti del mondo del ciclismo.

Decano dei giornalisti italiani, penna pungente e fine conoscitore del mondo dello sport,

Per anni firma di punta del Corriere della Sera, autore di tanti libri di successo.

 

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