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POLVERE DI STELLE



Al Tour del 1937, per favorire Lapebie, gli organizzatori transalpini gli inflissero un minuto di penalità. Arriverà secondo, ma quella Grand Boucle sarebbe stata sua. Storia di un cesenate dai capelli rossi che si ribellò a Bartali e che si arrese solo davanti alla guerra

 

Orgoglioso e cocciuto, ma anche “guascone” e solare. Per questi tratti distintivi del suo carattere, Mario Vicini è stato definito dal grande giornalista Giuseppe Ambrosini “il più romagnolo dei corridori”.

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Un ritratto fedele ed appassionato del “gag ad Gabeira”, come veniva chiamato il fortissimo ciclista cesenate per via del colore arancione dei capelli e del soprannome della famiglia, si trova tra le pagine de “La Romagna del pedale”, il libro con cui Dino Pieri ha salutato l’ultimo arrivo del Giro d’Italia a Cesena. 

Ottimo scalatore e passista affidabile già tra i dilettanti, negli anni compresi tra il 1933 e il 1935, Vicini conquista più di trenta vittorie. Non avendo un grande spunto finale, il rosso di Cesena parte spesso da solo a diversi chilometri dal traguardo, rifilando ai rivali distacchi abissali.

I suoi finali sono, spesso, incredibili: quando gli avversari restano col serbatoio vuoto e si aggrappano alle ultime stille di energie per tagliare il traguardo, lui – come punto da una tarantola – inserisce la marcia e, macinando una velocità impressionante, fa il vuoto dietro di sé. Una prova di forza talmente schiacciante che qualche rivale, frustrato dalle continue bastonate, arrivò a malignare che, dietro a quei finali al fulmicotone, potesse nascondersi l’utilizzo galeotto di qualche aiutino artificiale, quello che i pionieri del ciclismo chiamavano la “bomba”. 

L’esordio tra i professionisti avviene nel 1936, quando conquista il 17° posto assoluto al Giro, arrivando 2° tra gli isolati e guadagnandosi un posto nella squadra “Ganna” per l’edizione successiva. 

Il Giro del 1937, però, non regala grandi emozioni a Vicini che, dopo un avvio positivo, si ritira nella tappa Rieti-Roma a causa di una caduta lungo la discesa di Rocca di Papa.

Rimessosi dall’incidente, viene chiamato nella squadra nazionale per il Tour de France. Ai corridori, nella corsa francese, viene chiesto esplicitamente di sostenere Bartali, vincitore delle ultime due corse in rosa. Gli ordini sono chiari, ma e “gag ad Gabeira” – poco incline ai sacrifici del gregariato – non ci sta: cede il posto a Romanatti, gregario fedele di Bartali, per correre come isolato.

 

 

Mario Vicini con un giovanissimo Marco Pantani 

 

Nelle prime tappe di pianura non brilla, ma quando iniziano le salite si capisce che il ciclista cesenate è in vena di imprese temerarie. All’indomani del ritiro di Bartali, vittima di una grave caduta, nella più tremenda delle tappe alpine, la Briançon-Digne, Vicini parte dalle retrovie, stacca a uno a uno tutti gli avversari e, davanti ai soliti francesi “che s’incazzano”, conquista la maglia gialla.

Un’ora dopo l’arrivo, però, ecco la beffa: i commissari di gara “scoprono” che a Vicini era stata inflitta una penalità di un minuto il giorno precedente e così lo retrocedono al secondo posto.

E’ solamente una delle tante scorrettezze dei giudici di gara francesi, che danneggiano platealmente i corridori favoriti, a volte anche senza fornire motivazioni, per avvantaggiare il connazionale Lapebie, sostenuto in diverse salite da un “servizio organizzato di spinte” subdolamente ignorato dai commissari.

La squadra belga – bersagliata dai “colpi bassi” – si ritira per protesta, ma Vicini continua eroicamente piazzandosi alle spalle del “campione” francese. Ma per i cronisti più imparziali dell’epoca, il vincitore morale della Grand Boucle è lui. 

L’anno successivo una brutta caduta gli rovina un Giro promettente e al Tour un’incredibile serie di forature lo mette fuori causa nella tappa decisiva.

La riscossa è dietro l’angolo: nel 1939, infatti, dopo un terzo posto al Giro, trionfa al Giro del Lazio e si consacra campione d’Italia. Nel 1940 il ciclismo conosce il grande talento di Coppi, che domina il Giro, trovando l’unico vero avversario proprio in Vicini, che sferra una terribile offensiva in due tappe. E’ una delle sue ultime imprese: l’arrivo della guerra e gli anni successivi vedono emergere altri campioni più giovani e lo penalizzano proprio nel cuore della sua luminosa carriera, ma il ricordo del grande ciclista cesenate, capace di esaltare i tifosi nei bar e nelle strade, non sbiadisce.

 

nella foto di testa  Mario Vicini

a cura di Mario Pugliese INBICI magazine 

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