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POLVERE DI STELLE

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I suoi baffi “a gondola” saranno per sempre il simbolo del ciclismo dei pionieri. Storia di Giovanni Cuniolo, l’uomo passato alla storia perché fu il primo corridore a stabilire il record italiano dell’ora

 

Se pensi al ciclismo dei pionieri, quello delle strade polverose e bombate di fango, delle biciclette pesanti come stufe e dei ciclisti con i baffi a gondola, la penna scivola verso l’epopea di Giovanni Cuniolo, favoloso pioniere del ciclismo eroico, l’uomo passato alla storia perché fu il primo corridore a stabilire il record italiano dell’ora (quantomeno il primo certificato).

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Era il 9 giugno 1905. Sulla pista di cemento del Trotter di Milano le condizioni erano da tregenda. “C’era vento e pioggia. Mi gridavano di ritirarmi. Ma io avevo un debito di 18 lire con l’albergo e non avrei saputo come fare. Turkheimer invece me ne dava cinquecento se battevo il record dell’ora. Avrei battuto Domineddio”, racconterà Cuniolo. Max Turkheimer aveva costruito il “bicicletto Turkheimer” con cui Cuniolo coprì 39.650 metri.

A raccontare questa meravigliosa storia “retrò” è il libro “Giovanni Cuniolo – Manina”, scritto e curato da Claudio Gregori, con la partecipazione di Armando Bergaglio, Giuseppe Castelnovi, Carlo Delfino, Marco Pastonesi, Gianni Rossi e Flavio Torlasco. E’ la storia di un corridore di alto livello – nato a Tortona, fra nebbie e vigne, il 25 gennaio 1884, fondista e velocista ma soprattutto scaltro e sanguigno – un ciclista capace di vincere i primi tre campionati italiani nel triennio 1906-1908. Allora non si assegnava la maglia tricolore. Fu Cuniolo ad inventarla e la sfoggiò in Australia, dove gareggiò a Melbourne davanti agli emigrati. Più che una maglia una bandiera.

La sua vittoria più grande la conquistò il 7 novembre 1909 al giro di Lombardia. Alle 7.14, nella nebbia spessa come il formaggio, partirono in 355 (record assoluto). I favoriti, come al solito, erano i francesi e Vanhouwaert, primo asso della storia del ciclismo belga. Cuniolo, che aveva il ruolo dell’outsider, forò sulla salita di Erba. Inseguì con ferocia e, spendendo cariole di energie, recuperò 4’ di distacco. Il traguardo era collocato a Sesto San Giovanni con un rettilineo finale di 5 chilometri, perimetrato da centomila spettatori. Lì si scatenò una bagarre tremenda, con incidenti e cadute. Restarono in 31 a giocarsi la vittoria. Solo a trenta metri dal traguardo, tra la maglia celeste di Trousselier e quella rossonera del giovane Agostoni, comparve un lampo bianco. Cuniolo con uno spunto folgorante bruciò tutti. Primo, davanti a Omer Beaugendre, Trousselier e Lapize. Nell’impeto investì la banda e atterrò gli orchestrali.

 

 

La sua vita e i suoi baffoni a forma di manubrio sono incastonati, come una gemma, nell’affresco del ciclismo dei pionieri, quelli che partivano di notte e arrivavano di notte, senza auricolari e con tappe infinite davanti agli occhi. Il ciclismo della fatica, quello consacrato al gregariato, quello che nella follia di due guerre bruciò sotto un elmetto intere generazioni di campioni.

Nel 1913 Cuniolo appese la bicicletta al chiodo ed investì tutti i guadagni in una concessionaria di auto diventando imprenditore. Dalle bici, però, non scapperà mai: è il mentore di Costante Girardengo e Fausto Coppi, sarà il “papà” delle biciclette che traghettano l’Italia fuori dalla guerra. Muore nel 1955 e addosso gli resta il soprannome di Manina, perché – sì – la sua famiglia si chiamava così, ma anche per quelle sue mani che talvolta allungava in volata.

 

fonte Redazione iNBiCi magazine marzo 2016

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