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QUESTO È IL CIELO DELL’AQUILA

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“Ciao”, di dirò, quando mi passerai accanto, dopo aver scollinato il muro.

 

Nient’altro. Tu non ti volterai, perché forse nemmeno riuscirai a sentirmi in mezzo a tutte quelle parole che il vento ti appiccicherà addosso. Sarai concentrato, per stare davanti. Sarai attento a rendere questa giornata il più perfetta possibile. E’ la tua, in fondo, hai ragione. Quel muro, poi, lo sai a memoria. Sai quando cambiare rapporto, quando alzarti sui pedali, in quella danza così perfetta concessa solo a chi usa una bicicletta. La testa un po’ a destra, un po’ a sinistra, il fiato corto. E’ massacrante. Ma dura poco, dai. Passi per primo, ancora prima del gruppo. Ti ho detto “ciao”, e basta. Come promesso.

 

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Il cielo, sopra Filottrano, sembra una ferita. Non è sole schietto, qualche nuvola c’è. E quando una di loro si diverte a coprire il calore dei raggi, inizia a tirare vento e qualche brivido inizia a sentirsi. E’ lì che sarai, mi avevi detto. Nei brividi di vento, che sembra del nord, anche se siamo in centro Italia. Ti cerco, disperatamente. Ti vedo, in un frame inventato da qualche ricordo. Ti sei fatto la barba stamattina, hai fatto bene. Le gambe languivano, si vedeva da quanto erano tirate. Si vedeva nella tua smorfia disegnata sul viso, con le sopracciglia abbassate, gli occhi a fessura e la bocca semi aperta.

Hai letto il tuo nome scritto ovunque? Non so se ne hai avuto il tempo. Si è svegliata presto, Filottrano, questa mattina. E ieri sera è andata a letto tardi. Case, aiuole, staccionate e siepi infiocchettate con nastri gialli e azzurri. Tutti regali. “Questo è il cielo dell’Aquila” c’è scritto, in rosso, su un muretto. Ti ci specchi, ogni giorno. E, guarda, quella nuvola ti somiglia anche. Un cielo, quello dell’Aquila, ricoperto di palloncini, gialli e azzurri. Ad ognuno, è stato attaccato un disegno in cui i bimbi hanno voluto raccontarti.

Filottrano è alle spalle, ti immagino ancora davanti, a girarti un momento per guardarla meglio, per poi ritornare con lo sguardo fisso in avanti, dritto verso Osimo. La strada, verso lo striscione d’arrivo, è stretta e piena di curve. C’è il porfido, che dà anche fastidio. Nessuno ti segue, ormai sei lanciato sull’ultima, dolorosissima, rampa. Tira vento, ti spinge un po’, arrivi da solo. Ti lasci andare, ma non ti fermi, la tua strada continua e non hai tempo di stare qui. Riprendi fiato, sorridi. Fai un cenno con la mano.

“Ciao,  a presto.

Michele”

“Ciao”. Solo “ciao”, ti dico, mentre prosegui. Non ti vedo più, sei tornato a casa. Scende la sera, tutto si vuota, il Giro prosegue anche lui. Cala il sole, torna a soffiare il vento, ma non fa troppo rumore. Si sente solo un suono leggero, come di un battito d’ali.

A cura di Giulia Scala per InBici Magazine

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