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Marino Amadori, Commissario tecnico della Nazionale Italiana Under 23 - Bettiniphoto

DIECI DOMANDE A… MARINO AMADORI: “A NOI IL FUTURO”

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Nel 2018 Marino Amadori festeggerà i suoi primi dieci anni da commissario tecnico della nazionale italiana Under 23. Con lui ripercorriamo le strategie federali a favore dei giovani: “I circuiti di provincia non bastano più, per arrivare nei professionisti è necessario gareggiare all’estero e misurarsi su tracciati più impegnativi”

Quando si parla di giovani ciclisti italiani, Marino Amadori – per esperienza, titoli e credenziali – è considerato “ad honorem” una delle voci più credibili del nostro ciclismo. Perché gli ultimi talenti “made in Italy” – Moscon in primis – sono passati tutti da lui che, proprio nel 2018, festeggerà i dieci anni da commissario tecnico della nazionale italiana Under 23.

Dopo le stagioni vincenti e tormentate con Pantani, di cui è stato l’ultimo direttore sportivo, oggi Amadori ha trovato il suo habitat naturale nella Federciclismo, che dal 2008 – dopo le esperienze nel settore donne – gli ha affidato un nuovo ruolo strategico. Assieme a Davide Cassani, infatti, applicando un progetto tanto ambizioso quanto innovativo, sta provando a rinverdire i vivai italiani per ridare nuova linfa ad un ciclismo che, specie nelle gare di un giorno, fatica da troppo tempo a trovare interpreti all’altezza.

Amadori, un commissario tecnico, per quanto bravo, deve sempre lavorare con il “materiale umano” a sua disposizione. In questo senso, questa generazione italiana di Under 23 è promettente oppure, come sostiene qualche osservatore, in passato abbiamo avuto giovani più talentuosi?

“Il progetto della Federazione, a dire il vero, non si pone domande sul talento perché noi, come tecnici, ragioniamo in una prospettiva più ampia. Dopo le difficoltà riscontrate in questi ultimi anni, il nostro obiettivo primario, nel medio-lungo periodo, è quello di mettere tutti i giovani ciclisti italiani nella condizione di passare tra i professionisti senza traumi”.

Matteo Moschetti -Bettiniphoto

 

In che modo?

“La criticità fondamentale in Italia è un movimento dilettantistico troppo ancorato ai vecchi schemi. Un giovane, per crescere, non può gareggiare soltanto nelle corse di provincia. Deve fare esperienza anche al di fuori dei confini italiani, come avviene in altri paesi dove i ragazzi più promettenti crescono nelle formazioni Continental, correndo per tutta la stagione gomito a gomito con i professionisti. E’ per questo che, come Federazione, portiamo sovente i nostri Under 23 a confrontarsi nelle gare del WorldTour. E’ lì che capiscono realmente cosa vuol dire correre ad alti livelli. E quando toccherà a loro passare di categoria, il salto sarà meno traumatico”.

A volte le grandi squadre ingaggiano i giovani talenti ma poi non li aspettano…

“E’ vero anche questo. Se nell’arco di un biennio non fai risultati, il terzo anno il rinnovo del contratto te lo sogni. E’ proprio per questo che, quando passa tra i professionisti, un giovane deve avere il giusto bagaglio di esperienze, come dimostra ad esempio il caso emblematico di Gianni Moscon, uno che tra gli Juniores ha vinto appena due corse…”.

E’ davvero lui il nuovo talento del nostro ciclismo?

“Io dico che ha qualità non comuni e, in parte, le ha già dimostrate. Credo che al Team Sky lo stiano facendo crescere nel modo giusto, senza pressioni esagerate. Lui ha sempre dimostrato grande maturità, privilegiando la sua crescita di atleta rispetto al palmares. Certo, in alcune formazioni primeggiare non è mai facile, ma io credo che nei prossimi anni ci regalerà grandi soddisfazioni”.

Perché dopo Cipollini e Petacchi, fatichiamo così tanto a produrre un velocista di livello mondiale?

“Perché forse in Italia non tutti hanno ancora capito che i criterium, per quanto preziosi, non bastano per formare un vero campione. Il velocista che vince un circuito uscendo dal gruppo solo negli ultimi 150 metri porta a casa una vittoria in più, ma il suo bagaglio di esperienze, in prospettiva, non cresce granché. Un velocista deve imparare a soffrire anche in salita, deve prendere il vento nei denti, diventando competitivo anche sui terreni a lui non congeniali. Solo così, un giorno, potrà sognare di vincere una Sanremo”.

E’ con questi principi che avete disegnato le tappe del prossimo Giro d’Italia Under 23?

“Assolutamente sì. Se ci fate caso, le cosiddette tappe per velocisti non sono mai interamente pianeggianti. Per arrivare allo sprint conclusivo bisognerà lottare su un percorso con saliscendi, avvallamenti e molte insidie. I velocisti non gradiranno, ma l’abbiamo fatto per il loro bene”.

Forse la pista, in questo senso, può essere una palestra ideale?

“Il caso di Viviani, uno dei primi a credere nel format strada-pista-strada, credo sia emblematico. Lui ha dimostrato che la doppia attività non solo è possibile, ma anche funzionale ad una crescita più completa dello sprinter”.

E gente come Ganna e Consonni sembra averlo capito alla perfezione…

“Sì e spero che altri giovani li seguino a ruota. Perché la pista resta una scuola fondamentale, come ci hanno insegnato anche i grandi campioni del passato che il cosiddetto ‘colpo d’occhio’ o la sensibilità della pedalata li hanno imparati proprio sgomitando sull’anello”.

In questa prima parte della stagione, come si sono comportati i giovani italiani?

“Direi piuttosto bene. Gente come Matteo Moschetti, Nicola Conci o Matteo Fabbro si sono già messi in grande evidenza, dimostrando di essere all’altezza delle promesse”.

Il “mantra” di Davide Cassani rivolto al mondo granfondistico amatoriale è “aiutate i giovani”, come fa lui stesso, del resto, con la sua gran fondo di Faenza. Detto che lei non possa non condividere, a suo modo di vedere questi appelli sono stati raccolti oppure no?

“Io vedo una nuova sensibilità rispetto a questo tema, come se finalmente anche gli organizzatori avessero compreso che aiutare i giovani ciclisti è, in fondo, nei loro stessi interessi. Perché quel giovane, un giorno, diventerà un ciclo-amatore, dunque un protagonista delle loro gare. Se si capisce il senso di questo circolo virtuoso io credo che nessuno, in futuro, potrà ignorare l’appello del nostro coordinatore. In ogni caso, la strada è ormai segnata e io credo che in futuro sempre più eventi copieranno la Gran Fondo Cassani. E tutto il mondo del ciclismo ne beneficerà”.

a cura di Mario Pugliese – Copyright © iNBiCi magazine

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