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IL GIRO D’ITALIA 2018: CAPOLAVORO FROOME

Il keniano vince la sua prima corsa rosa, conquista i tifosi italiani ed entra nella storia del ciclismo. Dalla conferma Dumoulin alle “grandi crisi” di Yates e Aru, ecco cosa resterà di questa meravigliosa edizione.

Il Giro d’Italia più bello degli ultimi anni è stato vinto da Chris Froome. Un’edizione bellissima perché non c’è mai stato un padrone assoluto: solo Simon Yates sembrava sul punto di essere il vero dominatore di questo Giro, ma la situazione si è rovesciata completamente proprio quando i giochi sembravano fatti.

Il #Giro101 sarà ricordato nei prossimi anni come il Giro d’Italia delle “grandi crisi” che hanno colpito tutti i protagonisti. Gli unici corridori che sono riusciti ad essere sempre in forma, lungo tutti i giorni delle tre settimane di gara, sono stati Tom Dumoulin e Chris Froome.

Il bolero di Froome

In realtà il keniano bianco non aveva iniziato proprio nel modo migliore la corsa rosa, alla quale mancava dal 2010, anno in cui fu squalificato per essersi attaccato ad una macchina mentre affrontava una salita. Da quel giorno, il corridore del Team Sky non ha più pedalato sulle strade della corsa rosa, ma è anche vero che nel frattempo sono cambiate un bel po’ di cose: Froome diventa prima il gregario più forte di Bradley Wiggins, poi inizia a vincere. Prima il Tour, nel 2013, nel 2015, nel 2016 e nel 2017. Lo scorso anno, dopo aver vinto per la quarta volta in Francia, decide di andare in Spagna, e fa sua anche la Vuelta. La decisione di partecipare al Giro d’Italia 2018 è stata quindi naturale, così come lo sarà anche quella di partecipare al Tour, visto che già lo scorso anno Chris è riuscito a mettere a segno la doppietta in due grandi giri.

La corsa rosa inizia con due cadute: una molto brutta a Gerusalemme, durante la ricognizione della cronometro inaugurale, poi sulla salita di Montevergine di Mercogliano. Il giorno dopo, mentre il duo della Mitchelton Scott, formato da Simon Yates ed Esteban Chaves, dominava la tappa con arrivo in salita sul Gran Sasso, Froome soffriva e perdeva terreno. Una prima settimana non facile per il capitano del Team Sky, ma la squadra non si è mai persa d’animo. “Il Giro d’Italia è una corsa pazza, è una corsa nella quale le cose possono cambiare da un giorno all’altro”, diceva tutti i giorni Salvatore Puccio a Chris Froome. Ed effettivamente è stato così.

l’attacco di Chris Froome sul Colle delle Finestre -Bettiniphoto

 

Il primo capolavoro di Froome è sul Monte Zoncolan. Dopo uno splendido lavoro di Wout Poels, il keniano bianco decide di attaccare. Simon Yates, che veste la maglia rosa, decide di rispondere, ma gli manca qualcosa. Chris ottiene la vittoria e il Giro sembra riaperto, ma le speranze di vittoria sembrano naufragare il giorno dopo a Sappada, quando Yates si inventa un attacco a 15 km dall’arrivo e tutto solo ottiene il trionfo con la maglia di leader.

Il Giro d’Italia, che era appena stato riaperto, sembra chiudersi di nuovo anche con la cronometro, in quanto la maglia rosa, pur non essendo fortissima a cronometro, riesce a difendersi in maniera egregia dagli attacchi di Froome e Dumoulin.

Gli ultimi quattro giorni del Giro d’Italia mettono in mostra tutta la forza di Froome e tutti i problemi di Simon Yates, che fino a quel momento sembrava imbattibile. Il capitano della Mitchelton Scott perde 28” a Pratonevoso, frazione nella quale l’olandese e il keniano bianco attaccano frontalmente la maglia rosa. Poi, il giorno seguente, Froome fa letteralmente impazzire tutti i tifosi del Giro d’Italia, anche quelli che non vedevano di buon occhio la sua presenza.

Siamo sul Colle delle Finestre, Cima Coppi del Giro. Yates si è già staccato per via di una bruttissima crisi. Mancano 80 km al traguardo: Chris Froome attacca, Dumoulin non riesce a rispondere, così come Pozzovivo e Pinot. Froome ha più di tre minuti da recuperare se vuole conquistare la maglia rosa. Ottanta chilometri in avanscoperta, tutto solo, superando il Colle delle Finestre, Sestriere e Jaffreau, arrivo in quota. Il capitano della Sky vince ed è maglia rosa.

Simon Yates scortato dai compagni nel giorno della crisi -Bettiniphoto

 

Un attacco bellissimo, qualcosa che non si vede più nel ciclismo moderno. Soprattutto da Chris Froome, considerato da sempre un freddo calcolatore e non un corridore fantasioso. La fantasia c’è stata, ma l’azione non è stata improvvisata.

Il piano e la follia

La sera prima della tappa dello Jaffreau, prima di far saltare il banco, Chris chiama attorno a sè tutta la squadra, e tutti pianificano l’attacco considerando anche i rifornimenti (inserendo tanti massaggiatori lungo il percorso, pronti a passare borracce e barrette) e il dispendio energetico in vista della tappa di Cervinia. Tutto va alla grande, la gamba di Chris gira perfettamente. “Ero indietro più di 3 minuti rispetto a lui, quindi abbiamo deciso di fare qualcosa di straordinario, provare ad attaccare a 80 km dal traguardo. E’ stata una cosa pazza, la cosa più pazza che abbia mai fatto in bici”, spiega il keniano bianco.

Il controllo nella tappa di Cervinia permette a Froome di conquistare il suo primo Giro d’Italia in carriera. Chris ottiene così la tripla corona, diventando il settimo corridore nella storia del ciclismo capace di vincere tutti e tre i grandi giri. In questo club così ristretto ci sono anche Alberto Contador, presente a Roma alla cerimonia di premiazione finale, insieme a Vincenzo Nibali, Bernard Hinault, Eddy Merckx, Jacques Anquetil e Felice Gimondi. Froome è anche il terzo corridore nella storia capace di vincere 3 grandi giri consecutivi dopo Merckx e Hinault.

La crisi di Thibaut Pinot -Bettiniphoto

 

Yates, il crollo dopo l’illusione

Ma questo sarà ricordato anche come il Giro delle grandi crisi. In primis per Fabio Aru (di cui parleremo a parte). Ma anche per Simon Yates, in crollo verticale nella tappa con la Cima Coppi dopo 13 giorni in maglia rosa e tre vittorie di tappa. Secondo i tecnici della Mitchelton Scott, il britannico sarebbe andato in cisi dopo la cronometro, in quanto non è riuscito a recuperare dopo uno sforzo così intenso. Ma Yates è molto giovane, lo scorso anno è stato maglia bianca al Tour de France, quindi può ancora migliorare.

Per l’Italia resta il rammarico legato a Domenico Pozzovivo, il quale sperava di fare una bella gara sullo Jaffreau con l’obiettivo di conquistare il podio di Roma, e invece anche lui è andato in crisi dopo l’attacco di Froome. Per non parlare di Thibaut Pinot, che non ha potuto concludere il Giro a causa di una brutta febbre che lo ha colpito dopo la tappa di Cervinia, insieme alla disidratazione.

Gli attacchi di Tom Dumoulin a Chris Froome sul Cervinia- BettiniPhoto©2018

Dumoulin, la conferma

Paradossalmente, il corridore più continuo di questo Giro d’Italia è stato Tom Dumoulin, proprio lui che in genere è sempre vittima di una brutta giornata nei grandi giri. Ricordate la crisi dello scorso anno a Bormio, quando si fermò per espletare dei bisogni fisiologici? Ebbene, quest’anno non ha mai avuto problemi, però questo ottimo stato di forma non gli ha permesso di riconquistare la rosa. Sicuramente sarà un bel punto di partenza per Dumoulin, che sarà ancora più costante. “Non ho rimpianti”, ha spiegato l’olandese, nemmeno dopo la discesa del Colle delle Finestre, dove si era fermato ad aspettare Reichenbach insieme a Pinot. Ma ormai la storia è scritta. E ora, anche alla luce della vicenda salbutamolo che ha colpito Chris Froome, vediamo di non doverla riscrivere.

Il rebus Aru

Un Giro da dimenticare per Fabio Aru. Il sardo non è entrato mai nel vivo della corsa e ha deluso le attese dei tifosi italiani che confidavano in lui per tornare a sognare. Ora ci sarà tempo per capire i motivi di questo insuccesso e ripartire con una nuova consapevolezza.

Forse, mai come quest’anno, il Giro d’Italia avrebbe dovuto rappresentare il momento della verità nella carriera, fin qui invidiabile, del campione italiano Fabio Aru. Il ciclista sardo, dopo essersi piazzato per ben due volte sul podio della Corsa Rosa – terzo nel 2014 e secondo l’anno successivo – in questo 2018 era chiamato a dare ulteriori segnali di crescita e maturazione. Ovviamente, essendoci corridori del calibro di Tom Dumoulin e Chris Froome, non era considerato il favorito numero uno per la vittoria finale, tuttavia, ci si aspettava di vederlo sempre davanti, quasi in un “testa a testa” con tutti i migliori; ma alla fine così non è stato e oggi possiamo affermare che la vera delusione di questo Giro è stata proprio la prestazione di Fabio Aru.

Il capitano della UAE Team Emirates è partito fin da subito col piede sbagliato, perdendo secondi preziosi nella cronometro di Gerusalemme, e ha proseguito in maniera ancora più negativa, facendosi cogliere impreparato sulle prime salite e perdendo definitivamente ogni possibilità di podio nella frazione con arrivo a Sappada, dove ha accusato un ritardo superiore ai diciannove minuti.

La delusione nel volto di Fabio Aru -BettiniPhoto©2018

 

Nella sedicesima tappa invece, la cronometro da Trento a Rovereto, il campione italiano ha sorpreso tutti rendendosi protagonista di una prova superba, salvo poi essere penalizzato dal VAR, assieme ad altri due compagni di squadra (Diego Ulissi e Valerio Conti) per aver sfruttato la scia di una delle moto che lo precedevano. Dopo quella che per molti era stata una macchia alla reputazione del team, Fabio Aru era atteso da tutti ad un segnale di riscatto, magari nel tappone con la Cima Coppi, e invece, proprio mentre Chris Froome firmava un’impresa d’altri tempi, conquistando la maglia rosa, il ciclista sardo – dopo solo 41 km di corsa – decideva di mettere a terra il piede e concludere così la sua esperienza rosa.

Il capitano della UAE Team Emirates, assumendosi le sue responsabilità, ha voluto commentare la decisione di ritirarsi con queste parole: “Avevo detto che avrei valutato giorno per giorno le mie sensazioni proprio perché sentivo di vivere qualcosa di anomalo della mia vita sportiva. Ho provato a reagire, onorare la maglia che indosso, esaltare i tifosi e la corsa Rosa, ma non ce l’ho fatta. Sono fortemente dispiaciuto per tutto questo, per la mia squadra, per gli sponsor che rappresento, per la mia famiglia, ma non aveva più senso andare avanti. Non faccio drammi, questo è lo sport e forse, anche se mi costa dirlo in questo momento, è il suo bello. Cercherò di resettare e di capire assieme alla squadra cosa sia successo, poi ripartirò pensando al resto della stagione, perché è questo quello che si deve fare nelle difficoltà”.

Proprio come espresso dalle parole di Fabio, in questo sport è fondamentale cercare di far luce su ciò che non ha funzionato, per poter ripartire e migliorare. Le cause ipotizzate di questa debacle sono state molte: per alcuni il corridore sardo ha completamente sbagliato la preparazione al Giro correndo poche corse, per altri invece il clima che si respirava ultimamente in casa UAE era teso da giorni e ha destabilizzato la squadra, compromettendo le prestazioni del loro capitano.

Domenico Pozzovivo-BettiniPhoto©2018

Quello che però emerge da un’analisi più attenta, in riferimento al periodo precedente alla Corsa Rosa, è il fatto che il sardo ha corso più giorni rispetto a quanto fatto in passato. Forse allora, una delle motivazioni può essere legata a questo fatto, soprattutto se consideriamo che corridori come Chris Froome e Tom Dumoulin ci hanno abituato a preparare i grandi appuntamenti, centellinando le loro partecipazioni alle competizioni.

In quanto al “clima teso”, penso che un vero campione, nel momento in cui si prepara a competere per la vittoria di qualsiasi corsa, deve essere capace di non farsi influenzare da aspetti esterni, concentrandosi solo sull’obiettivo.

Sicuramente questa esperienza aiuterà il sardo a diventare mentalmente più forte e a resistere alle pressioni, legate alle alte aspettative nei suoi confronti. È quasi impossibile, per via degli innumerevoli fattori che sono intervenuti, sapere con precisione quale sia stato il motivo di questo insuccesso, tuttavia un vero campione si vede solo quando, di fronte a queste avversità, è capace di rialzarsi, combattere e tornare più forte di prima.

Fabio Aru ha già dimostrato di essere un campione e penso che, con la grinta che sempre l’ha contraddistinto, saprà ancora regalarci delle emozioni e dei grandi successi.

a cura di Carlo Gugliotta e Davide Pegurri Copyright © INBICI MAGAZINE

 

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