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QUESTO GIRO MI HA INSEGNATO CHE…

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Il lunedì dopo il Giro d’Italia è strano e contorto.

 

Una somma di sensazioni aggrovigliate le une alle altre, che non si sa bene da dove provengano. Malinconia e ricordo, e un senso di vuoto che colpisce la mattina appena svegli. E’ così, ogni anno, e non ci abitueremo mai. E, come ogni anno, come accade quando qualcosa finisce, il lunedì “dopo”, si fanno due conti, si rimettono insieme i pezzi, e, personalmente, comincio a chiedermi cosa abbia imparato da queste tre settimane. Ogni Giro che passa, c’è sempre un insegnamento diverso. Perché il ciclismo è sempre perpetua scoperta, di noi stessi e della vita.

 

E quindi, questo Giro, mi ha insegnato che:

 

  1. E’ stato uno dei Giri più belli degli ultimi anni. Non il primo della lista, ma il podio se lo gioca tranquillamente. Il percorso, all’inizio non troppo apprezzato, si è rivelato alla fine studiato quasi alla perfezione. E dico quasi, perché qualche pecca c’è stata, ma la perfezione non esiste, e va benissimo così. E anche vedere le biciclette correre nel deserto non è un’utopia.
  2. La corsa la fanno i corridori. Un vecchio detto che è sempre e comunque vero.
  3. Chris Froome è una sorpresa continua. Perché da lui tutto ci si poteva aspettare tranne che una fuga da lontano, di 80 chilometri, nella tappa più dura del Giro, che gli ha consegnato anche la Maglia Rosa. Eppure, così è stato.3Bis: Chris Froome mi ha insegnato che non è mai troppo tardi per crescere e per farsi volere bene. E uno dei momenti che ho preferito, è stato vederlo in Rosa, in coda al gruppo dopo il brindisi con l’ammiraglia, e vederlo sorridere, rispondendo con un saluto, a tutti coloro che lo chiamavano per dirgli “bravo”. E lo è stato, niente da dire. Anche se, per inciso, non credo che siano leciti paragoni con corridori del recente passato, uno in particolare. Ognuno di loro è una storia a sé, che va rispettata.
  4. La Maglia Ciclamino dovrebbe essere patrimonio dell’umanità, per quanto è bella.
  5. La Maglia Ciclamino è ancora più bella se, a portarla alla fine, è un corridore come Elia Viviani, anche lui candidato come patrimonio. E non ve ne devo spiegare i motivi.
  6. Simon Yates e Thibaut Pinot mi hanno insegnato che il ciclismo è lo sport più crudo e bastardo. Non ci sono sconti o vie i fuga. Sei tu, la bicicletta e la strada, che scende, sale o corre diritta. E se tu, in quel determinato momento e in quel determinato giorno non sei pronto per qualche motivo, non hai scelta: devi subire. Anche se, come Simon, hai cercato di metterti ai ripari il più possibile, rischiando, sempre e comunque, attaccando anche con la Maglia Rosa già addosso. Tutto inutile, perché Bardonecchia gli è stata fatale. Oppure, come Thibaut, che ha cercato di restare a galla, per quanto possibile, per poi arrivare a Cervinia con 45 minuti di ritardo per una crisi devastante, che lo ha poi portato al ricovero in ospedale. Hanno vinto anche loro, nonostante tutto.
  7. Tom Dumoulin mi ha insegnato che bisogna essere leali e onesti per essere considerati degni avversari. Non bisogna trovare scuse, nascondendosi dietro ad un dito, se non si riesce a conseguire un obbiettivo. Ci ha provato a vincere il Giro per la seconda volta, non ci è riuscito, non ha dato colpe a nessuno. “Non ho rimpianti, ho dato il massimo” è la frase che chiunque dovrebbe sempre dire.
  8. Esteban Chaves mi ha insegnato che, riprendendo una canzone di Max Gazzé “prendo tutta la vita com’è”. Lui, felice sempre e comunque, anche quando è crollato. Perché la vita è così, imprevedibile, incalcolabile, ma va vissuta proprio per questo. E il sorriso di Esteban non vogliamo aggiungerlo alla lista dei patrimoni dell’umanità?
  9. Il ciclismo italiano non è morto o deludente, come in tanti hanno ribadito più volte. Perché Viviani e Battaglin hanno vinto. Perché il team Androni Giocattoli ha onorato la corsa, ogni giorno, ogni minuto, ogni centimetro di asfalto; e hanno rischiato di vincere a Prato Nevoso con Mattia Cattaneo. Perché Giulio Ciccone è il futuro. E Fabio Aru non è un flop, ha solo bisogno di tempo.
  10. Il Giro è davvero la corsa più bella del mondo, nel paese più bello del mondo.

 

A cura di Giulia Scala per InBici Magazine

 

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