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PERCHE’ I DISABILI INTELLETTUALI NON POSSONO COMPETERE PER IL TRICOLORE?

Direttore del sito InBici.net e conduttore della trasmissione radiofonica Ultimo Chilometro, inviato per le principali gare internazionali di ciclismo su strada, autore dei libri "Pedalare nel fango", "Due pedali per volare" e "Giro delle Fiandre, la classica dei tifosi"


Il mondo di chi è diversamente abile è molto variegato, tant’è vero che sono tantissime le categorie del paraciclismo che vengono riconosciute e che vengono costantemente aggiornate dagli organi preposti a questo compito.

Ma non esiste solo chi è diversamente abile da un punto di vista fisico: ci sono tante persone che devono convivere con delle disabilità di tipo mentale. E per loro, la vita è molto difficile, soprattutto quella sportiva.

Per questi ragazzi e per queste ragazze, pedalare la bici è un sogno che si realizza. Per molti di loro, la bici sarà l’unico mezzo di trasporto che potranno guidare nella propria vita, perché non potranno mai prendere la patente. La guida della bici deve essere fatta attraverso un istruttore, che segue l’atleta su un’altra bicicletta e che gli indica di volta in vola la strada e le traiettorie da prendere.

La Federazione Ciclistica Italiana riconosce, nel tesseramento degli atleti, la categoria ID, abbreviazione di Intellectual Disability. A sua volta, la categoria è suddivisa in base alle età.

Da qui nasce il problema. La categoria ID NON è una categoria paralimpica. In buona sostanza, il mondo del ciclismo è diviso in tre: i normodotati, i diversamente abili a livello fisico (il paraciclismo) e i diversamente abili a livello mentale, i quali non competono né con i normodotati né con i paralimpici. Gareggiano solo tra di loro.

In virtù di questo, ad oggi, i tesserati per la categoria ID non hanno un campionato italiano. Chi fa paraciclismo ha il proprio campionato italiano, i normodotati hanno le loro prove tricolori, ma chi fa parte della schiera degli Intellectual Disability non può sognare di indossare una maglia tricolore.

Il tesseramento degli ID è stato reso possibile grazie alla convenzione tra la FCI e la Federazione Sport Disabili Intellettivi e Relazionali (FISDIR), facente parte del CIP.

Il problema è che adesso c’è un vuoto normativo importante. I sacrifici di chi accompagna questi ragazzi, dei loro genitori e dei ragazzi stessi, devono essere in qualche modo ricompensati. Insomma, la Federazione Ciclistica Italiana dovrebbe intervenire, al fine di poter garantire loro la possibilità di gareggiare in un campionato italiano.

L’appello è stato lanciato dal TRZ Cycling Team, che prende parte alle gare di ciclocross con Daniele Peschi, appartenente alla categoria ID-2. Fino a 3 anni fa, per lui, non era nemmeno possibile gareggiare nelle gare federali. Adesso, grazie al grande impegno del team, può prendere parte alle tappe del Giro d’Italia Ciclocross, con la possibilità di vestire la maglia rosa. E allora, perché non poter sognare un campionato italiano?

A cura di Carlo Gugliotta per InBici Magazine

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Direttore del sito InBici.net e conduttore della trasmissione radiofonica Ultimo Chilometro, inviato per le principali gare internazionali di ciclismo su strada, autore dei libri "Pedalare nel fango", "Due pedali per volare" e "Giro delle Fiandre, la classica dei tifosi"

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