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15 ANNI SENZA PANTANI: IL RICORDO DI GIUSEPPE ARCHETTI

Giuseppe Archetti, da più di venticinque anni stimato meccanico della Nazionale italiana e attualmente anche del Team UAE Team Emirates, ha iniziato il suo percorso lavorativo incrociando Marco Pantani alla Carrera e assistendolo ai mondiali di Duitama, dove il Pirata giunse sul gradino più basso del podio.

Proprio da quella avventura in Colombia i ricordi più vividi:”Ripenso ancora con simpatia a quell’esperienza. Marco pareva non essersi accorto di essere a un mondiale. Nel nostro albergo c’era una piscina con acqua calda termale che però dopo due giorni assumeva un colore verdastro. Marco era convinto che avesse proprietà maggiori proprio quando l’acqua era di questo colore. Una mattina io e Alfredo Martini non riusciamo a trovarlo, ci siamo messi a cercarlo e alla fine l’abbiamo visto tranquillo e pacifico nella piscina”.

I ricordi vanno anche agli esordi con la maglia della Carrera:”La prima maglia gliel’ho portata al casello di Cesenatico mentre con la squadra stavamo andando al sud per una corsa. Quello che però mi è rimasto impresso nella mente è l’episodio avvenuto al Giro d’Italia. Chiappucci montava sulla bici un 13X23 mentre Marco aveva chiesto un 12. Il direttore sportivo però, senza dir nulla a lui, ha voluto che gli montassi lo stesso rapporto di Claudio. Quando Marco se ne è accorto si è arrabbiato molto, ma questo fatto vi fa capire anche il carattere e la sua voglia di primeggiare. Già allora sapeva di poter diventare il migliore”.

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Dalle parole di Archetti emerge un Pirata determinato e pignolo nella preparazione del proprio mezzo:”Marco era molto attento ma anche particolare. Aveva le sue manie ma avendo delle doti fuori dal comune li concedevi tutto sulla preparazione della bici. A memoria, penso sia stato il primo, dopo Cassani, ad essere fissato sulla leggerezza della bici. Come raccontano anche molti suoi ex compagni di squadra, riusciva persino a spostare le tacchette dei pedali in gara con nonchalance. A tutti gli altri ciclisti questo riusciva difficile se non impossibile. Marco era anche molto testardo. Ricordo che alle Olimpiade di Sydney, oltre a lui c’erano grandissimi campioni che mi han chiesto di far piccole modifiche sulle bici mentre Marco una volta che aveva preso la sua idea non la cambiava, a costo anche di sbagliare”.

Giuseppe Archetti

 

 

 

 

 

 

 

 

a cura di Davide Pegurri – Copyright © INBICI MAGAZINE

 

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