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GIRO D’ITALIA 1956:



Nel giorno epico di Charly Gaul, in un’edizione che vide arrivare al traguardo solo 43 concorrenti, la Gazzetta dello Sport celebra, con il linguaggio aulico dell’epoca, il dramma umano degli sconfitti

 

 

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Era il 10 giugno del 1956 – l’anno del naufragio dell’Andrea Doria, della rivolta ungherese e del primo oscar ad Anna Magnani – quando a Milano, il 39° Giro d’Italia incoronò un giovane lussemburghese di nome Charly Gaul. Un’edizione tra le più dure della corsa rosa, con appena 43 atleti al traguardo. Tra questi, al secondo posto in classifica generale, staccato in classifica generale di 3’27”, anche Fiorenzo Magni. La Gazzetta dello Sport di quel giorno – più giallo paglierino che rosa – celebrò quel “fenomeno di ritmo” in un bel redazionale a firma di Guido Giardini. “Tre anni fa – scriveva il cronista – incominciammo a leggere sui giornali belgi il nome di Charly Gaul.

 

Lo credemmo uno specialista delle ciclocampestri, e fu anzi in questa specialità che il suo mentore, Albert Risch, ce lo raccomandò un giorno con una lettera che veniva dall’ospedale di Losanna dove lo sportivo lussemburghese era degente per un incidente. Lo incontrammo nel Tour del 1954 dopo che già aveva vinto qualche corsa minore in Lussemburgo e in Belgio. Ci impressionò per le caratteristiche singolari del suo stile, per lo slancio e le qualità di arrampicatore, per il temperamento audace. Sparì da quel Giro di Francia dopo aver lasciato grande impressione in tutti. Lo rivedemmo nel febbraio del 1955 a Montecarlo mentre era in allenamento e in quell’occasione ci disse che attendeva “la maturazione” per venire in Italia. Non volle venire alla Milano-Sanremo perché quella, diceva, non era corsa per lui. Sarebbe venuto al Giro d’Italia nel 1956. Mantenne la parola e fu fedelissimo al suo programma”.

Giardini rileva che Charly Gaul “ha vinto oggi la più dura battaglia della sua carriera ed è uscito dal Giro d’Italia come un autentico colosso della strada. Dopo Faber, dopo Frantz ecco un altro grande campione del Granducato e il Giro d’Italia dev’essere fiero di averlo consacrato tra gli atleti eccelsi del ciclismo mondiale”.

Sempre in prima pagina della Rosea, l’editorialista Emilio Violanti firmò quel giorno un corsivo dal titolo “Pietà per i vinti”.

 

 

Gaul sul Bondone

 

“E’ bello credere – scrive Violanti – nel giorno dell’apoteosi di Charly Gaul – giovane Prince del Granducato che ha fatto dell’Italia terra di conquista – nel giorno della sfilata trionfale prodiga di applausi per tutti (“Fiorenzo tu sei una bandiera!” – “Fantini il domani è tuo” – “Maule e Coletto il ciclismo italiano è fiero di voi”: quanti di questi cartelli abbiamo trovato ieri lungo la strada?), è bello, dicevamo, ricordare quelli che non c’erano, quelli che tra i colli dolomitici o sull’erta infernale del Bondone hanno detto addio al Giro d’Italia. Un addio triste, malinconico, un addio che aveva le tinte fosche del dragone a carattere popolare. L’esiguo plotoncino dei superstiti passava tra una pioggia di fiori: e loro, i protagonisti sino venerdì sera, non c’erano. Lungi da noi l’idea di farne degli eroi, dei martiri: troppo facile sarebbe l’usare una aggettivazione epica, per poi scivolare pian piano ma ineluttabilmente nella nobiltà della causa e nei futuri destini della Patria. Sarebbe grottesco e caricaturale, offenderebbe il loro amor proprio di atleti e di uomini. Hanno sofferto, hanno perduto. Ed è appunto il loro sacrificio che ha innalzato la prova degli altri, di quelli che hanno concluso all’Arena la loro fatica.

 

E’ il loro sacrificio che ha ridato un volto passionalmente drammatico a questa grande, pittoresca festa di sport (…). Ricordiamo Pasqualino Fornara, maglia rosa sino al momento del crollo: il viso affilato color rosso mattone, l’occhio vitreo: uno scultore, modellandolo, avrebbe potuto farne il suo capolavoro (…). Ricordiamo Nino Defilippis, maglia rosa simbolica al traguardo di Levico: il panino inchiodato fra i denti, la faccia stravolta. E ciondolava in mezzo alla strada come mosca inciucchita dalla luce nella prigione di un paralume. Ricordiamo Bruno Monti, altra teorica maglia rosa a Trento, in folle e solitaria fuga per ore ed ore. Ed ha poderi a casa sua ed un conto in banca che mette soggezione. Eppure ha sofferto l’inimmaginabile per inseguire con disperata tenacia un sogno forse più grande di lui”.

 

 

 

Sempre in prima pagina, in un trafiletto a sinistra, Giuseppe Ambrosini, con linguaggio aulico ed ampolloso, ci ricorda che, in quegli anni, la grammatica italiana esigeva, tra avverbi e condizionali, doti intellettuali non comuni.

“Se con questa manifestazione popolare – scriveva – Milano ha ancora una volta dimostrato la sua grande anima sportiva, bisogna affermare che il Giro s’è meritato così entusiastiche accoglienze. Nella sua squisita sensibilità e nella sua semplice spontaneità, quest’anima ha voluto dire agli atleti quanto fosse stata avvinta dalle loro per fin eroiche gesta, quanto avesse vibrato, goduto, sofferto al succedersi delle alterne vicende della competizione, quanto intimamente vi avesse, pur di lontano, partecipato con la sua passione, la sua ammirazione, le sue simpatie, la febbre del suo tifo. Quando dalle gradinate dell’Arena s’è levato l’urlo di quest’anima a salutare Piazza e il suo gruppo dei corridori, m’è parso che un’ondata di commozione e di esaltazione avvolgesse i reduci della belle battaglie ciclistiche svoltesi per tre settimane sulle strade d’Italia e volesse tributar loro il premio e l’onore che spettano a chi sa valorosamente lottare per l’orgoglio e la fortuna propria, per la gioia degli sportivi, per la grandezza dello sport.

Non diversamente, del resto, il Giro era stato accolto ovunque era passato; sui quasi 4000 km che ha percorso nelle venti città in cui ha sostato esso ha vissuto ed operato in un’atmosfera d’intenso calore popolare, ha gettato a piene mani il buon seme della propaganda, ha raccolto i frutti della sua tradizione e della sua perenne vitalità. Vuol dire, questo, che il Giro ha conservato, anzi, arricchito il suo fascino, e che l’edizione di cui ieri è stata scritta l’ultima pagina possedeva e ha svolto motivi agonistici di estremo interesse sportivo”. 

 

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