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LA BELLEZZA HA I GOMITI LARGHI

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Non è mai stato semplice chiamarsi Chris Froome ed essere un corridore. Sin dall’inizio, riceveva schiaffi e botte, insulti e cattiveria.

 

Poco affetto, solo astio. Poche parole gentili, spesso amare. Nonostante abbia provato in tutti i modi di farsi accettare, non ci è quasi mai riuscito. E dico quasi, perché chi scrive, lo dice apertamente: Chris Froome mi è sempre piaciuto. E non c’è un motivo reale, non ci deve essere, quando incontri la bellezza in un paio di gomiti larghi.

 

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Non era gradito, Chris, all’inizio, tanto che, durante la presentazione delle squadre ad inizio Giro, qualche fischio lo aveva anche preso. Un po’ perché i suoi detrattori sono sparsi in tutto il mondo, un po’ perché considerato uno scomodo individuo immischiato in un affare troppo grande per poterne uscire fuori; macchiato dalla colpa di un processo giudiziario che col ciclismo ha poco a che fare. Ed era sembrato che la sorte volesse dar ragione alle voci che lo volevano fuori, facendolo cadere durante la ricognizione del prologo. “Speriamo torni a casa”, avranno pensato quelli.

Poi qualcosa è cambiato, perché il Giro si è accorto di quanto Chris fosse felice, sulle sue strade. Il Giro si è accorto quanto fosse facile voler bene ad un ragazzo dalle emozioni mai scontate, ad un ragazzo che aveva versato lacrime sincere durante le passerelle parigine dei suoi Tour vinti. Un ragazzo che, basta saperlo capire, ha molto, moltissimo cuore, in cui meritano di avere spazio solo carezze. Basta schiaffi, coccolatelo, e basta.

Chris Froome, il robot maldestro dallo stile impronunciabile, con quei gomiti larghi e le accelerazioni create da gambe non danzanti sui pedali, ma semplicemente rimanendo seduto in sella. Chris Froome, che non è niente di tutto ciò, e che ci voleva uno Zoncolan per farlo capire agli altri. Ci è voluta una tappa, la 19ª, del Giro d’Italia numero 101, con il Colle delle Finestre, per far uscire tutto. Tossine, rabbia, grinta, dolore. In quello sterrato di ghiaccio impolverato e di pareti di neve, è uscito un mostro da dentro, uno spettro dall’insaziabile stomaco, che lo ha spinto, più volte, nell’insicurezza di non essere abbastanza.

Ci sono voluti 80 chilometri da solo, al comando. 80, dove l’otto ricorda l’Amore Infinito. 80, al termine dei quali, Chris Froome, ha trovato l’abbraccio più bello, la Maglia Rosa. Perché Chris è molto più di un gomito troppo largo o di un corpo troppo magro. In quella magrezza, in quel viso candido, leggeteci solo bellezza. Perché la bellezza non è universale, la bellezza esiste solo se si è in grado di spingere lo sguardo oltre il velo della realtà immediata. La bellezza guardatela in quegli occhi lucidi, di un azzurro bellissimo. Leggetela, in quelle braccia divincolate all’aria.

Ce l’ha fatta, Chris, a farsi amare. Anche solo un pochino in più. È sufficiente a fargli capire di non essere sbagliato. Sufficiente a dirgli che è all’altezza dei suoi desideri, all’altezza di ciò che ha sempre voluto. Chris Froome è ormai parte del Giro. Chris Froome è parte di tutti noi.

Ce l’hai fatta, Chris. Il mostro è debellato, e tu puoi, finalmente, essere solo felice.

 

A cura di Giulia Scala per InBici Magazine

 

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