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Mino Denti

L’INTERVISTA. MINO DENTI: “VI RACCONTO IL MIO CICLISMO”

 

Dalle prime pedalate con Gimondi ai trionfi in ammiraglia, storia di un grande protagonista del ciclismo del passato: “Le corse di oggi? Sinceramente non ci capisco più nulla”

 

Mino Denti, campione del mondo nel 1965 nella cronometro a squadre, è uno dei più stimati ex professionisti, che ha saputo tramutare la sua passione per il ciclismo in uno stile di vita. Compagno di squadra di molti campioni, ha vissuto sulla propria pelle una delle ere più belle e gloriose di questo sport, caratterizzata dalle vittorie del cannibale Eddy Merckx e dalle sfide con Felice Gimondi. Sempre a contatto con il mondo delle due ruote, per anni è stato direttore sportivo nelle categorie minori, scoprendo tra i tanti, anche il talento cristallino di Roberto Visentini. Oggi, con tanta professionalità e passione, porta avanti il negozio di bici e il maglificio di Travagliato, in provincia di Brescia. Con incantevole lucidità ci ha raccontato tutto il suo percorso e come il ciclismo è cambiato dai suoi tempi ad oggi.

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Come è iniziata la passione per il ciclismo e quale è stata la tua prima bicicletta?

“Il mio amore per il ciclismo è iniziato presto, anche grazie al fatto che difronte a casa mia, a Soncino, abitava Sergio Alzani, un corridore professionista. Mi ricordo che a otto anni conoscevo già tutti i ciclisti perché il papà di Sergio mi portava con lui a vedere le corse, sulla sua topolino giardinetta verde, e spesso facevo la vedetta, sporgendomi dal tettuccio dell’auto e avvisando gli altri sulla situazione di corsa. Le domeniche invernali invece andavo, alle sei del mattino, da Alberti per lavare le macchine e guadagnare quei pochi soldi che mi servivano per comprarmi la bicicletta. Vista però la passione che avevo, alcuni concittadini mi hanno dato i pezzi con i quali ho composto la mia prima bici. Giunto alla Cremonese invece ho avuto, per due anni, una bicicletta da corsa Silvio Gosi”.

C’è qualcuno che ha inciso in maniera significativa nel tuo percorso da ciclista?

“Dopo i primi anni alla Cremonese, tramite Alzani, ho conosciuto Gino Piola, una persona che si è incaricata di portarmi sempre agli allenamenti. Chi però ha inciso di più, nel percorso prima del professionismo, è stato il mio direttore sportivo Gino «Mago» Riccardi. Penso di esser stato fortunato a incontrarlo, lui aveva un carattere molto forte, ma era anche molto preparato. Già nel 1962, dopo aver conosciuto degli americani giunti a Roma per le Olimpiadi, aveva scelto di preparare i suoi atleti anche con il cardiofrequenzimetro, cosa che oggi è normale, ma allora era un’innovazione. Era amico tra i tanti di Herrera, allenatore di calcio, di Rik Van Looy, di Fausto Coppi e di Fiorenzo Magni. Curava ogni piccolo particolare, dalla temperatura esterna ai millimetri della sella, impostando allenamenti personalizzati. Era per certi versi maniacale, preparava le corse tre mesi prima, portandoci sul percorso e, se necessario, ci faceva camminare sulla strada per capire come affrontare alcune curve. Per me Gino è stato come un pozzo di conoscenza, quando avevo dei dubbi lui sapeva darmi sempre la risposta. Il suo vero pregio – che gli ha fatto guadagnare anche il titolo di «Mago» – era però aver occhio sui corridori. Quando eravamo in corsa spesso ci dava dei numeri e immancabilmente quei ciclisti, da lui nominati, vincevano. Quando son passato professionista questo rapporto con Riccardi mi è mancato. Ricordo anche con affetto il direttore tecnico della nazionale Elio Rimedio”.

 

E come ti allenavi?

“Ti racconto un aneddoto simpatico. Io abitavo a Soncino e dovevo trovarmi con la squadra per gli allenamenti a Brescia. Per risparmiare le energie, conoscendo gli orari di tutti gli autobus che partivano dal mio paese, mi incontravo con l’autista, gli offrivo il caffè e lui mi tagliava il vento con il mezzo. Avevamo concordato che quando doveva fermarsi per caricare qualche passeggero faceva due colpi con il freno, in modo che io capivo e potevo appoggiarmi a lato. A volte è capitato che qualche autista, scordandosi il segnale con i freni, per non farmi correre dei rischi, lasciasse le persone alla fermata ad aspettare il pullman successivo”.

Come hai vissuto il periodo con Felice Gimondi?

“Felice Gimondi, lo rispetto come professionista per le vittorie che ha fatto, ma personalmente non ho mai avuto un buon rapporto. Al primo anno da professionista, quando ero in squadra con lui, stavo disputando un ottimo Tour de Romandie, terminato tra l’altro in settima posizione, ma il team mi ha fatto capire di puntare solo su Gimondi e per questo motivo l’anno successivo sono andato con Vittorio Adorni”.

Nel 1970 il grave incidente

“Era la tappa di casa, nel bresciano, e il giorno prima era toccato a me spiegare a tutta la squadra le insidie del percorso, in particolare la discesa del Ponale. Dopo aver affrontato il Passo del Crocedomini, allora con 16 km di strada sterrata, mentre eravamo sulla discesa del Gaver, all’inseguimento dei quattro fuggitivi, una macchina è rientrata dalla piazzola, centrando il ciclista davanti a me. Io, per evitare l’impatto, ho perso il controllo della bici finendo fuori strada e facendo un salto di dodici metri. Questo ha decretato la fine della mia carriera da professionista”.

 

E dopo…

“Passati pochi mesi dall’incidente, dopo aver controllato il guadagno di mia madre e mia sorella che già erano confezioniste, ho deciso di usare le mie conoscenze e avviare l’attività del maglificio. A quel tempo non c’erano così tante aziende specializzate e abbiamo trovato subito il nostro spazio. Ci tengo anche a ricordare un piccolo fatto che mi fa sorridere sempre. Una sera d’inverno, quando eravamo sulla Costa Azzurra con la Faema, i belgi ci hanno chiesto di far qualcosa per riscaldare i piedi. Ho preso subito un giornale, ho ricalcato la sagoma di ogni ciclista e penso di essere stato io, in presenza di Vigna, Giacotto, Adorni e Merckx, il primo a inventare i soprascarpe”.

Tanti anche i successi da direttore sportivo, ma anche scopritore di Visentini.

“Detengo ancora oggi, tra i bresciani, il record di vittorie da direttore sportivo nelle categorie minori, circa 480 trionfi. La cosa che mi riempiva d’orgoglio però, oltre ovviamente ai successi, era quando riuscivo a far andare bene tutti i miei ragazzi e a portarli a piccoli traguardi personali. Roberto Visentini invece l’ho conosciuto all’ospedale di Gavardo, dove era ricoverato per una epatite virale. L’ho allenato quando è diventato campione del mondo juniores. Di lui mi ricordo la classe cristallina ma anche la capacità di mettersi al servizio della squadra. La più grande soddisfazione, che ancora oggi mi riscalda il cuore, è stata però mantenere dei buoni rapporti con la maggior parte dei ragazzi che ho allenato”.

E il ciclismo moderno come ti sembra?

“Difronte al ciclismo moderno mi sento disorientato. Penso che anche grandissimi maestri, come Rimedio o Riccardi, oggi non riuscirebbero a capire molto di quello che succede. È cambiato tutto, sia dal punto di vista della preparazione, sia nel modo di correre. Ho seguito attentamente anche l’ultimo Giro d’Italia e penso che certe scene, come quella che ha visto coinvolti Dumoulin e i sudamericani, ai miei tempi non sarebbe successa. Ho spesso l’impressione che i ciclisti oggi non sentano più nemmeno il dolore e non curino più personalmente il proprio mezzo.”

 

a cura di Davide Pegurri – Copyright © INBICI MAGAZINE

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