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CICLISTA TROVATO MORTO NEL BURRONE

CICLISTA TROVATO MORTO NEL BURRONE



Svolta nelle indagini sul decesso di Stefano Perrone. Un automobilista è sospettato di omissione di soccorso e furto della bicicletta sulla quale pedalava l’infermiere

Canale InBici Media Group

 

LIVORNO. Stefano Perrone aveva 32 anni, lavorava come infermiere all’ospedale di Livorno e aveva una passionaccia per la bicicletta da corsa. Il suo cadavere è stato trovato domenica mattina intorno alle 11 in fondo a un burrone lungo la strada provinciale 10 che collega Castelnuovo della Misericordia al Gabbro, sulle colline che abbracciano con un solo sguardo Cecina, Livorno e la campagna pisana. A distanza di tre giorni dal ritrovamento del corpo, la ricostruzione che inizialmente raccontava di un tragico incidente (il trentaduenne che si ferma per fare pipì e cade nel vuoto) ha cambiato completamente prospettiva, arrivando a una svolta inquietante che ora deve essere confermata.

 

La procura di Livorno ha infatti indagato un automobilista con l’accusa di morte in conseguenza di altro reato collegata all’omissione di soccorso e furto della bicicletta — mai più ritrovata dopo la tragedia — sulla quale la vittima stava pedalando. Nei guai è finito un quarantenne livornese che secondo gli agenti della squadra mobile coordinati dalla pubblico ministero Fiorenza Marrara, sabato pomeriggio avrebbe urtato l’infermiere con l’auto innescando la caduta, ma invece di fermarsi e soccorrere il ferito, si è allontanato con tutta la famiglia a bordo portando con sé la “Cannondale” del valore di circa 5mila euro che la vittima aveva appena comprato.

Ancora più inquietante l’ipotesi che l’indagato abbia visto la bicicletta appoggiata lunga la strada, abbia cercato di prenderla e nel momento in cui il proprietario se n’è accorto sarebbe nata una colluttazione finita nella tragedia.

«L’unica cosa certa — raccontano gli inquirenti — è che il ciclista dopo essere precipitato non è morto sul colpo ma si è rialzato, ha percorso una quindicina di metri in mezzo alla boscaglia prima di stramazzare a terra».

A portare gli investigatori sulle tracce del quarantenne quello che è avvenuto domenica mattina quando da 15 ore erano in corso le ricerche del disperso. L’automobilista, infatti, ha risposto all’appello dei familiari dell’infermiere telefonando al numero pubblicato sui social raccontando di aver visto la bicicletta il pomeriggio precedente lungo la strada provinciale che porta al Gabbro.

«Ha addirittura accompagnato un parente della vittima sul posto», puntualizza l’avvocato difensore Massimo Gambacciani che non crede «all’assurda ricostruzione della Procura».  A inguaiare il quarantenne, però, ci sarebbero altri due particolari che stanno emergendo dalle indagini: alcune dichiarazioni contrastanti rilasciate agli investigatori e gli accertamenti effettuati dalla polizia sul telefono che raccontano di «più passaggi sul luogo dell’incidente». Per fare chiarezza su un giallo ancora tutto da scrivere ieri mattina la pm ha affidato al medico legale Damiano Marra l’incarico di effettuare l’autopsia sul ciclista e verificare se prima della caduta abbia subito altre ferite. Inoltre è stata sequestrata l’auto del quarantenne per accertare se ci siano segni di un urto compatibili con un incidente con una bici.

«Questa filosofia del sospetto — va avanti Gambacciani che difende l’indagato con la collega Isabella Martini — nuoce anche alla famiglia della vittima che nel momento in cui il nostro cliente sarà prosciolto penserà per sempre che in giro ci sia un assassino. Inoltre certi atteggiamenti — va avanti — minano anche il senso civico: dopo quello che è successo chi se la sentirà di rispondere a una richiesta di aiuto se questa rischia di trasformarti in un criminale agli occhi dell’opinione pubblica? ».

 

fonte iltirreno.gelocal.it -Federico Lazzotti

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