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TERREMOTO NEL CICLISMO ITALIANO

TERREMOTO NEL CICLISMO ITALIANO



Ha alzato un vero e proprio polverone Marco Bonarrigo, giornalista del Corriere della Sera che ha aperto il vaso di Pandora del ciclismo italiano.

Canale InBici Media Group

 

Il fenomeno in questione è quello dei ciclisti che devono pagare per correre: secondo i dati raccolti ben 4 corridori italiani su 10 si pagano lo stipendio da soli. Per tanti atleti l’unico modo di trovare un ingaggio è dunque quello di finanziare il proprio team, ricercando sponsor e frugandosi nelle tasche.

 

A scatenare il putiferio è stato Matteo Mammini, ex corridore dal curriculum invidiabile fra gli under-23. «Quando un celebre team manager italiano mi ha invitato a cena ho pensato alla svolta. Sapeva tutto di me, mi ha spiegato quanto importanti sarebbero state la mia versatilità e la mia serietà nella sua squadra. Il mio primo contratto da professionista era pronto. Con un dettaglio da sistemare: avrei dovuto tirar fuori io i 50 mila euro dello stipendio». Alla richiesta Mammini restò senza parole. «Rimasi di ghiaccio — spiega — e il manager interpretò a modo suo il mio disagio. Scrisse su un tovagliolo i nomi dei suoi 8-9 atleti che si pagavano lo stipendio, con relativi sponsor: i genitori, uno zio, una piccola azienda, una concessionaria di auto. Se uno cerca trova, disse». Pochi mesi dopo, Mammini lascia il ciclismo. «Ho chiesto 50 mila euro di prestito in banca — racconta — non per correre ma per ristrutturare un bar a Porlezza, sul lago di Lugano. Quello oggi è il mio lavoro. Il ciclismo è un sogno finito malissimo».

 

Il fenomeno risulta assai diffuso fra le formazioni Professional (le quattro italiane sono Androni-Sidermec, Bardiani-CSF, Nippo-Vini Fantini e Southeast) e fra le tante Continental che affrontano il calendario ciclistico italiano. Il caso più eclatante, e già ampiamente trattato dai media, è stato quello di Ramon Carretero, venticinquenne meteora proveniente da Panama e transitato anche sulle strade del Giro d’Italia nel 2014 e nel 2013. E’ risaputo che l’ingaggio di Carretero sia stato “facilitato” dal facoltoso padre, che ha portato ingenti sponsorizzazioni alla Southeast / Neri-Sottoli di Angelo Citracca; lo stesso team manager ha difeso a spada tratta la decisione di far correre il panamense:”ha trovato lo sponsor salvando 30 posti di lavoro”. Particolare da non sottovalutare, la carriera di Carretero si è interrotta nello scorso giugno, quando è stato pizzicato ad un controllo antidoping.

 

E’ ben diverso (e ben peggiore) il problema dei corridori italiani, magari giovani, che si vedono costretti a restituire parte dello stipendio per rifinanziare il proprio team. E’ categorico sulla questione anche Mauro VegniQuanto scritto da Marco Bonarrigo è materiale che pone l’accento su un problema che, se confermato, è inquietante – ha spiegato ai microfoni di tuttobiciweb il direttore del Giro d’Italia:- Ma è un problema sul quale devono muoversi per primi i corridori: anche l’ACCPI può scendere in campo, ma solo in presenza di una denuncia…».

 

Lo stesso Mauro Vegni si trova fra le mani la patata bollente degli inviti per il Giro d’Italia: già nei giorni scorsi il capo di RCS aveva mostrato una limitata apertura alle formazioni italiane, annunciando che sarebbe stato difficile rivedere tutte e quattro le formazioni Professional al via della Corsa Rosa nel 2016. L’unica certa di partecipare sembrava essere la Southeast, forte della vittoria nell’ultima Coppa Italia che darebbe diritto ad un invito al Giro, ma l’accordo fra Federciclo e RCS potrebbe decadere se ulteriori ombre scendessero sulla condotta delle formazioni del Belpaese.

 

 

Fonte www.direttaciclismo.it

Matteo Pierucci

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