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photo @SprintCyclingAgency

Peter Sagan: La fama è stata la sfida più grande della carriera


Come precedentemente riportato da topcycling.pt:

L’icona del ciclismo si racconta in un’intervista esclusiva

Durante i Campionati del Mondo 2025, dopo il terzo titolo di Remco Evenepoel nella cronometro, emerge questa intervista con Peter Sagan, uno dei più carismatici campioni della storia del ciclismo.

Pochissimi atleti nel panorama sportivo mondiale riescono a mantenere lo status di stelle mediatiche dopo il ritiro, tuttavia Sagan ha saputo capitalizzare la sua straordinaria carriera.

Grazie ai tre titoli mondiali consecutivi e alle sette Maglie Verdi al Tour de France, oltre alle vittorie in classiche monumento come il Giro delle Fiandre e la Parigi Roubaix, è diventato un’icona globale.

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La vita dopo il ciclismo professionistico

Oggi Sagan è paragonabile a una “star del cinema”, nel senso più positivo del termine, con un’immagine che trascende ampiamente i confini del ciclismo.

“Quest’anno ho partecipato per tre mesi a un programma televisivo di danza, è stato incredibilmente intenso ma mi è piaciuto molto”, ha rivelato durante l’intervista.

Quando gli viene chiesto della sua vita attuale, Peter spiega: “Collaboro con i miei sponsor come Specialized, 100%, Sportful, Monster e altri marchi importanti”.

La fama: il lato complesso del successo

Sorprendentemente, alla domanda su quale fosse stata la parte più difficile della sua carriera, Sagan non ha menzionato gli allenamenti estenuanti o la disciplina alimentare.

“Per me la cosa più difficile è stata gestire la fama, credo sia complicato per chiunque diventi improvvisamente famoso”, ha confessato dopo alcuni secondi di riflessione.

“Tutti vogliono essere famosi, specialmente sui social media, ma poi scopri che può essere più un peso che un vantaggio”, ha aggiunto con sincerità.

Con un sorriso ironico ha concluso: “La verità è che è molto meglio essere ricchi e non famosi, piuttosto che famosi e poveri”.

La transizione verso il “ciclismo moderno”

Peter Sagan ha vissuto in prima persona la trasformazione del ciclismo verso quello che oggi chiamiamo “ciclismo moderno”, con approcci rivoluzionati all’allenamento e alla nutrizione.

“Fu nel 2014-2015, quando l’UCI impose alle squadre di avere almeno tre allenatori, che iniziò il cambiamento”, racconta il campione slovacco.

“Prima avevo un piano d’allenamento ma mi basavo anche sulle sensazioni, improvvisamente gli allenatori volevano trasformarmi”, spiega con franchezza.

L’importanza di trovare l’allenatore giusto

Il 2014 rappresentò la sua peggiore stagione, nonostante fosse già un ciclista vincente, perché i nuovi metodi non si adattavano alle sue caratteristiche.

La situazione peggiorò nel 2015 al team Tinkoff, finché non incontrò Patxi Vila, “un allenatore più umano, che capiva meglio le necessità individuali degli atleti”.

Con Vila, Sagan trovò finalmente l’equilibrio perfetto: “Tornammo a lavorare seguendo un piano ma rispettando anche le mie sensazioni, non come una macchina”.

Questo approccio portò ai suoi tre titoli mondiali consecutivi tra il 2015 e il 2017, dimostrando quanto sia fondamentale la compatibilità tra atleta e metodo di allenamento.

Le regole dell’UCI e l’evoluzione tecnologica

Riguardo alle restrizioni dell’UCI su posizioni aerodinamiche come il “super tuck”, Sagan mostra comprensione: “Come professionisti sappiamo cosa facciamo, ma capisco la preoccupazione per la sicurezza”.

“È come la Formula 1: la vedi in TV ma non guideresti una monoposto per strada, c’è differenza tra professionisti e amatori”, spiega con un paragone efficace.

Quando gli viene chiesto quale tecnologia abbia maggiormente influenzato la sua carriera, non menziona potentiometri o freni a disco.

“Il cardiofrequenzimetro mi ha aiutato enormemente da giovane, ma ciò che ha fatto davvero la differenza è stato il supporto di Specialized durante tutta la mia carriera”.

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