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Wiggins, il baronetto tradito: “La Sky mi ha gettato sotto un autobus”


Bradley Wiggins, primo inglese a vincere il Tour de France e simbolo dell’epoca d’oro del Team Sky, accusa ora la squadra che lo consacrò di averlo abbandonato nel momento più difficile. Nel suo nuovo libro The Chain, il baronetto racconta il retroscena dello scandalo che lo travolse e spiega perché si sente “tradito da un sistema che proteggeva altri, non me”.

Un baronetto contro il suo regno

Per un decennio è stato l’emblema di un’Inghilterra vincente, elegante e inossidabile. Bradley Wiggins, il ragazzo cresciuto nei sobborghi di Londra con la passione per la pista e le classiche, è diventato nel 2012 il primo britannico a trionfare al Tour de France, vestendo di giallo con il rigore di un cronometrista e la leggerezza di un artista. Poi l’Olimpiade di Londra, l’oro nella cronometro di Hampton Court, il titolo di “Sir” conferito dalla Regina. L’apoteosi.

Oggi, a distanza di oltre dieci anni, Wiggins si ritrova a scrivere un’altra storia: quella della disillusione. Nel suo nuovo libro The Chain, pubblicato in Inghilterra, l’ex campione racconta come, dopo le accuse legate al “jiffy-gate”, si sia sentito abbandonato e manipolato da quel Team Sky che predicava “zero tolleranza” ma, a suo dire, praticava la logica del sacrificio di qualcuno “per salvare l’immagine di tutti”.

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Lo scandalo del pacco misterioso

È il 2011. Al Critérium du Dauphiné, corsa di preparazione al Tour, un corriere consegna un pacco medico al medico del Team Sky. Dentro, si disse, ci sarebbe stato un farmaco vietato: triamcinolone, un potente corticosteroide che può migliorare le prestazioni riducendo il peso corporeo. Il team negò, sostenendo che si trattava di un semplice decongestionante, il Fluimucil. Ma i documenti, le prescrizioni e i registri dei farmaci sembravano spariti o incompleti. Da lì, anni di inchieste, sospetti e veleni.

Le autorità antidoping britanniche non trovarono prove definitive di un illecito. Ma la Commissione parlamentare sullo sport (DCMS), nel 2018, accusò Sky e Wiggins di “aver sfruttato le esenzioni terapeutiche (TUE) non per curare malattie, ma per migliorare la performance”. Un’accusa morale più che giudiziaria, che pesò come una condanna.

“Mi hanno sacrificato per proteggere qualcuno”

Wiggins non ha mai accettato quell’etichetta. “Non ho mai barato, mai preso nulla che non fosse autorizzato”, ripete da anni. Ma nel suo racconto di oggi, il tono è diverso: più amaro, più lucido.
«Il team mi ha buttato sotto un autobus», scrive. «C’era qualcosa di più grande da nascondere. Io ero il volto da sacrificare».

Il baronetto racconta di essersi trovato improvvisamente solo, travolto dal clamore mediatico, mentre i dirigenti della squadra, un tempo alleati, “si chiudevano nel silenzio o nelle formule di rito”. Nessuna difesa pubblica, nessun sostegno reale. “Ho servito il team con disciplina e fiducia. Mi aspettavo lealtà. Invece, solo porte chiuse”.

L’ombra lunga della Sky

Il Team Sky – oggi divenuto Ineos Grenadiers – era nato con l’ambizione di rendere il ciclismo “pulito, scientifico e vincente”. Ma dietro le vittorie di Wiggins e Chris Froome, dietro i laboratori portatili e le formule dell’“marginal gain”, si è aperta una crepa di ambiguità.

Quando esplose il caso del jiffy-bag, la squadra si trincerò dietro la burocrazia: “documenti smarriti”, “malintesi amministrativi”. Ma il danno era fatto. Wiggins divenne il simbolo del dubbio, l’uomo del sospetto, l’eroe da dimenticare.

Oggi, guardando indietro, l’ex corridore afferma di non cercare vendetta ma chiarezza. «Voglio che la verità emerga, tutta. Non solo quella che conveniva al sistema», dice nelle interviste. «Hanno distrutto la mia reputazione per salvare un marchio».

Un dopo pieno di ferite

Dopo il ritiro, Wiggins ha vissuto un periodo difficile. Problemi economici, depressione, il divorzio e la rivelazione di aver combattuto dipendenze. Ma anche in questo, racconta, la sensazione di essere stato dimenticato: «Quando servivo per vincere, c’erano tutti. Quando sono crollato, nessuno».

Nel libro si percepisce la fatica di un uomo che cerca di riconciliarsi con il proprio passato. Il baronetto che aveva portato l’Inghilterra in cima al ciclismo mondiale, ora è un narratore disincantato di un mondo che “predica etica, ma premia la convenienza”.

La verità che ancora manca

Cosa contenesse davvero quel pacco consegnato al Dauphiné resterà, forse, un mistero. Non ci sono prove, non ci sono smentite definitive. Ma la vera questione, oggi, è un’altra: il prezzo umano della reputazione.

Wiggins è un simbolo complesso — genio, ribelle, perfezionista — e il suo grido di oggi è quello di un uomo che reclama giustizia, non un trofeo. “Mi hanno tolto la fiducia nella lealtà. Ma non la mia passione per il ciclismo”, scrive nelle ultime pagine del libro.

Un’icona in bilico tra gloria e sospetto

Nel ciclismo moderno, dove la linea tra etica e performance è sempre più sottile, la parabola di Bradley Wiggins resta un monito. Il baronetto che aveva portato la Gran Bretagna al trionfo si ritrova ora a denunciare lo stesso impero che aveva contribuito a costruire.

Un paradosso, o forse semplicemente la verità di uno sport che vive di uomini prima che di numeri. Wiggins non chiede redenzione. Chiede memoria.

E forse, nel suo racconto ferito, c’è il ritratto più sincero del ciclismo di oggi: un mondo dove il successo non cancella mai del tutto l’ombra del dubbio.

A cura della redazione di Inbici News24
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