Stefano Oldani ha appena concluso il suo primo Tour de France con la maglia della Caja Rural. Abbiamo intervistato il corridore lombardo che ha raccontato le emozioni della Grande Boucle, le differenze con il Giro d’Italia, il momento del ciclismo italiano e i suoi obiettivi per il finale di stagione.
Innanzitutto, come procede il tuo post Tour? Giornate di relax o sei già tornato ad allenarti?
Non ho smesso di allenarmi, anche se ovviamente i ritmi sono più blandi. Sto cercando di alternare un po’ di relax, sia fisico che mentale, con il mantenimento della condizione. Dalla prossima settimana riprenderò gli allenamenti specifici.
Quanto è stato importante l’invito della Caja Rural al Tour de France? Come giudichi la corsa della squadra?
È stato un invito importantissimo. È stato un Tour di altissimo livello, forse uno dei più duri di sempre secondo chi lo aveva già disputato. Abbiamo iniziato bene con Molenaar in maglia a pois, siamo andati in fuga per dare visibilità alla squadra e io ho lavorato soprattutto per Fernando Gaviria negli sprint. Dopo la sua caduta ho provato a entrare nelle fughe, ci sono riuscito in quella dei cinquanta, anche se il finale non era adatto alle mie caratteristiche. Poi ho dovuto convivere con un virus intestinale nell’ultima parte della corsa, ma siamo arrivati a Parigi dando sempre il massimo.
Era il tuo primo Tour de France dopo sei Giri d’Italia. Quali differenze hai trovato?
La differenza principale sono i ritmi, che sono molto più elevati. Anche nelle giornate più dure, quando si cerca solo di arrivare al traguardo nel gruppetto, si va fortissimo. Tutte le squadre si presentano al massimo della forma e questo si percepisce continuamente.
E dal punto di vista dell’atmosfera?
L’impatto del pubblico è impressionante. L’Alpe d’Huez è incredibile, ma anche l’arrivo a Montmartre mi ha colpito tantissimo. Vedere tutta quella folla concentrata lungo la salita è qualcosa che lascia il segno. È un’esperienza che ogni corridore dovrebbe vivere almeno una volta.
Hai sempre preferito il Giro d’Italia o il Tour?
Da italiano il Giro resta il Giro ed è sempre stata la corsa che preferivo. Però penso che per la carriera di un corridore sia importante disputare almeno una volta il Tour, perché a livello mediatico e organizzativo è tutto amplificato.
Il Giro può avvicinarsi al livello del Tour?
Il Tour ha costruito negli anni un vantaggio enorme dal punto di vista mediatico e pubblicitario. Però il Giro ha tutto per crescere: percorsi, salite storiche, arrivi iconici e scenari paesaggistici che, secondo me, sono addirittura superiori a quelli francesi.
Quanto è difficile entrare nella fuga giusta al Tour?
È difficilissimo. La lotta comincia già dalla neutralizzata. Le posizioni sono fondamentali perché si va fortissimo fin dai primi chilometri. A volte basta trovarsi davanti quando il gruppo si spezza entrando in un paese per ritrovarsi nella fuga decisiva.
Hai vissuto da vicino la vittoria di Mathieu Van der Poel a Parigi. Sei stato felice per lui?
Sì, ho ancora un ottimo rapporto con Mathieu. Ci siamo parlati spesso anche durante il Tour. È un fuoriclasse e lo ha dimostrato ancora una volta.
Hai corso accanto a Tadej Pogačar. Quanto è impressionante?
Senza dubbio è uno dei più forti della storia. Lui e tutta la UAE Team Emirates hanno avuto un livello incredibile e hanno controllato il Tour per gran parte della corsa.
In gruppo avete parlato del controllo antidoping notturno a Jonas Vingegaard?
Non particolarmente. Se gli enti preposti ritengono opportuno effettuare questi controlli significa che c’è una ragione. Sono fondamentali per garantire credibilità al nostro sport. Certo, essere controllati di notte non è piacevole, ma fa parte del nostro lavoro.
Come giudichi la tua stagione finora?
Positivamente. Mi trovo molto bene alla Caja Rural e, dopo due anni complicati a causa di infortuni, sono riuscito a ritrovare continuità. Mi manca ancora il grande risultato, ma ho ottenuto buoni piazzamenti, come il podio al Giro di Slovenia.
Quali saranno i prossimi appuntamenti?
Disputerò il Deutschland Tour e poi le classiche italiane di settembre, anche se il calendario deve essere ancora definito.
Hai già parlato del tuo futuro con la squadra?
Sì, ci siamo confrontati. La squadra è soddisfatta e continueremo a lavorare insieme cercando di capire quale sarà la soluzione migliore per il futuro.
Come vedi oggi il ciclismo italiano rispetto agli altri Paesi?
È un tema delicato. In Italia mancano le condizioni ideali per crescere, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza sulle strade. Inoltre non avere una squadra WorldTour italiana non aiuta i migliori talenti. Però ci sono giovani molto promettenti come Pellizzari e Piganzoli sui quali possiamo costruire il futuro.
La Spagna è avanti rispetto all’Italia?
Sì, perché ha squadre importanti come la Caja Rural e soprattutto la Movistar, che rappresentano un punto di riferimento per il movimento e permettono ai giovani di crescere. Oggi Francia e Spagna sono probabilmente un passo avanti rispetto al ciclismo italiano.
Come ti immagini tra cinque anni?
Oggi un corridore di 28 anni è già considerato un veterano. Mi vedo come un atleta capace di aiutare i capitani, far crescere i giovani e continuare a essere competitivo, togliendomi ancora qualche soddisfazione.

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