Si è spento a 85 anni uno dei direttori sportivi simbolo del ciclismo italiano. Da Gimondi alla Fassa Bortolo, una vita trascorsa sulle strade.
Articolo a cura della redazione di InBici News24
Il ciclismo italiano perde uno dei suoi uomini più rappresentativi. Giancarlo Ferretti è morto all’età di 85 anni, lasciando un vuoto profondo in quel mondo delle due ruote che aveva attraversato prima da corridore e poi, soprattutto, da direttore sportivo.
Il destino ha voluto accompagnare la sua scomparsa con una coincidenza particolarmente toccante: Ferretti se n’è andato domenica 9 agosto, proprio nel giorno del suo 85° compleanno.
Con lui scompare il celebre “Sergente di ferro”, soprannome che negli anni era diventato quasi un secondo nome e che raccontava il carattere di un uomo esigente, diretto, rigoroso, capace di pretendere moltissimo dai propri corridori ma anche di costruire con molti di loro rapporti destinati a durare ben oltre la fine delle rispettive carriere.
Prima corridore, poi uomo dell’ammiraglia
Nato a Lugo, in Romagna, il 9 agosto 1941, Ferretti aveva conosciuto il ciclismo innanzitutto dalla prospettiva più dura: quella del corridore.
Professionista negli anni Sessanta, aveva indossato le maglie di Legnano, Sanson e Salvarani, diventando soprattutto un prezioso uomo squadra e uno dei compagni di fiducia di Felice Gimondi.
Non era il campione destinato alle copertine. Era piuttosto uno di quegli uomini che conoscevano il significato della fatica, del sacrificio e del lavoro al servizio del capitano.
Un’esperienza che avrebbe segnato profondamente il suo modo di intendere il ciclismo quando, terminata l’attività agonistica, sarebbe passato dall’altra parte della barricata.
Dalla bicicletta all’ammiraglia.
Ed è proprio lì che Giancarlo Ferretti avrebbe scritto le pagine più importanti della propria storia.
Il “Sergente di ferro”
Ferretti apparteneva a una generazione di direttori sportivi nella quale l’ammiraglia era molto più di un’automobile che seguiva la corsa.
Era il luogo delle decisioni, dell’autorità, dell’esperienza e spesso anche della psicologia.
Ferretti aveva un carattere forte. Non amava le mezze misure e pretendeva disciplina, professionalità e rispetto del lavoro.
Da qui quel soprannome, “Sergente di ferro”, che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita.
Dietro quella scorza apparentemente dura, tuttavia, esisteva un rapporto con i corridori molto più complesso.
Lo hanno raccontato negli anni tanti atleti passati sotto la sua direzione: Ferretti sapeva essere severo, ma sapeva anche capire l’uomo che si nascondeva dietro il campione.
Un esempio particolarmente significativo è quello di Alessandro Petacchi, che negli anni ha più volte ricordato l’importanza avuta da Ferretti non soltanto nella sua esplosione sportiva, ma anche sul piano umano.
Ariostea, MG e gli anni d’oro del ciclismo italiano
La carriera di Ferretti dall’ammiraglia attraversò alcune delle stagioni più importanti del ciclismo professionistico italiano.
Dalla Bianchi all’Ariostea, passando successivamente per GB-MG, MG Maglificio e Riso Scotti, il tecnico romagnolo lavorò con generazioni differenti di corridori e campioni.
Tra gli uomini diretti da Ferretti figurano nomi che appartengono alla storia del ciclismo: Moreno Argentin, Gianni Bugno, Michele Bartoli, Davide Cassani, Giorgio Furlan, Rolf Sørensen, Ivan Basso, Alessandro Petacchi, Fabian Cancellara e Filippo Pozzato, soltanto per citarne alcuni.
Campioni diversi per caratteristiche ed epoche, accomunati dall’essere passati sotto lo sguardo esigente di un direttore sportivo che aveva fatto della capacità di costruire una squadra una delle proprie qualità principali.
Ferretti non cercava soltanto corridori forti.
Cercava uomini capaci di diventare una squadra.

La Fassa Bortolo, il capolavoro del Sergente
Per molti appassionati, soprattutto quelli cresciuti tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, il nome di Giancarlo Ferretti rimarrà indissolubilmente legato alla Fassa Bortolo.
Il celebre “Silver Team”, attivo dal 2000 al 2005, diventò sotto la sua guida una delle formazioni più forti e riconoscibili del ciclismo mondiale.
Una squadra costruita con una filosofia precisa, capace di essere competitiva nei Grandi Giri, nelle classiche, nelle cronometro e soprattutto nelle volate.
Fu nella Fassa Bortolo che esplose definitivamente il talento di Alessandro Petacchi, uno dei velocisti italiani più forti di sempre.
Ma quella squadra ospitò anche corridori come Ivan Basso, Michele Bartoli, Fabian Cancellara e Filippo Pozzato.
La Fassa Bortolo vinse oltre duecento corse nei suoi sei anni di attività e divenne uno dei simboli dell’ultima grande stagione delle squadre italiane capaci di dominare il panorama internazionale.
Quando lo sponsor lasciò il ciclismo alla fine del 2005, si concluse anche sostanzialmente la lunga esperienza di Ferretti dall’ammiraglia.
Un ciclismo che oggi sembra lontano
Raccontare Giancarlo Ferretti significa inevitabilmente raccontare anche un ciclismo che non esiste più.
Quello delle grandi squadre italiane, dei direttori sportivi capaci di diventare personaggi popolari quasi quanto i loro campioni, delle ammiraglie nelle quali l’esperienza spesso contava quanto qualsiasi dato proveniente da un computer.
Ferretti aveva attraversato oltre mezzo secolo di ciclismo.
Aveva conosciuto dall’interno il mondo di Gimondi e successivamente quello di Bugno, Argentin e Bartoli, fino ad arrivare alla generazione di Petacchi, Basso, Pozzato e Cancellara.
Epoche profondamente differenti, unite dalla stessa passione.
Quella per la bicicletta.
Dietro il Sergente c’era l’uomo
Negli ultimi anni erano emersi sempre più frequentemente racconti capaci di mostrare il lato meno conosciuto di Ferretti.
Uno dei più belli riguarda ancora Alessandro Petacchi.
L’ex velocista ha ricordato come, durante un momento particolarmente difficile della propria carriera, Ferretti fosse entrato una sera nella sua camera d’albergo. Rimase con lui per circa due ore.
Non parlarono di ciclismo.
Parlarono della vita.
È forse questa immagine a raccontare meglio di molte vittorie chi fosse davvero il “Sergente di ferro”.
Un uomo durissimo quando c’era da lavorare, ma capace di comprendere quando davanti a lui non c’era più soltanto un corridore da dirigere, bensì una persona da aiutare.
Ed è probabilmente anche per questo che, a distanza di tanti anni, molti dei suoi ex corridori hanno continuato a cercarlo, incontrarlo e ricordarlo con affetto.
Addio Sergente, il ciclismo non dimentica
Giancarlo Ferretti se ne va proprio nel giorno del suo 85° compleanno.
Una coincidenza che rende ancora più emozionante l’ultimo capitolo della storia di un uomo che aveva dedicato praticamente tutta la propria esistenza al ciclismo.
Rimangono le vittorie delle sue squadre, i campioni che ha contribuito a costruire, le sue frasi pronunciate dall’ammiraglia, il carattere inconfondibile e soprattutto i ricordi di chi ha avuto la fortuna di condividere con lui una parte del viaggio.
Con Giancarlo Ferretti se ne va un pezzo importante della storia del ciclismo italiano.
L’editore, la direzione e tutta la redazione di InBici News24 esprimono il più profondo cordoglio per la scomparsa di Giancarlo Ferretti e si stringono con affetto alla sua famiglia, ai suoi cari e a tutti coloro che hanno condiviso con lui una vita sulle strade del ciclismo.
Ciao Giancarlo. Ciao “Sergente di ferro”.
A cura della redazione di Inbici News24
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