L’ex professionista racconta in esclusiva a InBici News24 la sua carriera, i grandi capitani, l’incidente con Pantani e il ciclismo di oggi.
Articolo a cura della redazione di InBici News24 – Intervista di Giuseppe Amato
Ci sono corridori la cui carriera non può essere raccontata soltanto attraverso vittorie e classifiche. Francesco Secchiari, classe 1972, professionista dal 1995 al 2004, appartiene a quella generazione che ha vissuto dall’interno uno dei periodi più intensi del ciclismo italiano, condividendo la strada con campioni come Mario Cipollini e Marco Pantani.
Nove Giri d’Italia, il Tour de France, vittorie personali e soprattutto tanti chilometri trascorsi al servizio dei propri capitani. Secchiari ripercorre la sua storia nell’intervista esclusiva realizzata per InBici News24 dal nostro inviato Giuseppe Amato.
«UN BAMBINO CHE HA REALIZZATO IL SUO SOGNO»
Alla domanda più semplice, chi sia stato Francesco Secchiari ciclista e chi sia oggi, arriva forse la risposta più significativa dell’intera conversazione.
«Secchiari ciclista è stato semplicemente un bambino che ha realizzato il suo sogno. Il sogno era fare il Giro d’Italia, poi dopo ne ho fatti nove, anche il Tour de France e anche qualche vittoria».
Una vita trascorsa inseguendo qualcosa che da bambino sembrava enorme e che, una volta raggiunto, è diventato quotidianità.
«Il sogno è finito e mi sono svegliato. Sono uscito dal ciclismo pur amandolo e ho cominciato a fare la persona normale, perché durante il sogno da ciclista il sogno era fare una vita normale».
Poche parole che raccontano anche il lato meno visibile del professionismo: sacrifici, trasferte, allenamenti, pressioni e una quotidianità molto distante da quella delle persone comuni.
I CAPITANI: DA PANTANI A CIPOLLINI
Nella sua lunga esperienza nel gruppo, Secchiari ha lavorato per corridori di grande spessore. E quando Giuseppe Amato gli chiede quali siano stati i capitani più importanti della sua carriera, l’ex professionista non vuole inizialmente stabilire gerarchie.
«Sono stati tutti importanti. I capitani, quando sono capitani, sono importanti: da Coppolillo, Scarponi, Pantani. Ma sicuramente quello più importante è stato Cipollini, quello per cui ho lavorato di più. Penso che lui sia in testa a tutti».
Il rapporto con Mario Cipollini va però molto oltre quello costruito tra capitano e gregario.
Secchiari racconta infatti un legame nato molto prima di diventare professionista.
«La storia con Cipollini è cominciata quando io avevo dieci anni. Andavo a vederlo correre e vincere, era già per me un esempio».
Poi quel bambino è riuscito a entrare nello stesso mondo del proprio idolo.
«Ho avuto la fortuna e il merito di riuscire a gareggiare con lui e nella sua squadra. E a fine carriera è nata anche l’amicizia, l’amicizia quella vera».
Una frase che racconta meglio di qualsiasi statistica il rapporto costruito negli anni tra i due corridori.
QUEL TERRIBILE INCIDENTE ALLA Milano-Torino
Nella carriera di Secchiari esiste però una data spartiacque: 18 ottobre 1995.
Alla Milano-Torino, Secchiari rimase coinvolto insieme a Marco Pantani e Davide Dall’Olio nel gravissimo incidente provocato dalla presenza di un veicolo sul percorso di gara.
Un episodio che rischiò di cambiare definitivamente il destino dei corridori coinvolti.
«L’incidente nel ’95 con Pantani e Dall’Olio ha messo a rischio la carriera, sicuramente l’ha limitata. Non solo per Pantani, anche se poi dopo ha rivinto. La carriera non è finita lì, ma si è limitata parecchio per vari problemi fisici».
Per Secchiari quell’incidente significò anche fare i conti con pesanti conseguenze fisiche. Eppure riuscì a tornare nel gruppo e a proseguire la propria carriera per molti anni.
PANTANI E QUEL TRISTE 2002 ALLA MERCATONE UNO
Uno dei passaggi più intensi dell’intervista riguarda inevitabilmente Marco Pantani.
Nel 2002 Secchiari vestì la maglia della Mercatone Uno, trovandosi accanto al Pirata durante una delle fasi più difficili della sua vita sportiva e personale.
Il ricordo dell’ex professionista è diretto e, proprio per questo, particolarmente significativo.
«Il 2002 alla Mercatone Uno con Pantani non è stato un bell’anno né per lui né per me. Era una squadra triste. Era triste Marco, eravamo tutti un po’ giù di morale per vari motivi».
Poi Secchiari consegna un’immagine che racconta forse meglio di tante ricostruzioni lo stato d’animo di Pantani in quel periodo.
«Per assurdo, io Pantani l’ho conosciuto dopo la caduta della Milano-Torino: era più allegro all’ospedale con la gamba rotta che non quell’anno lì».
Parole pesanti, ma pronunciate senza ricerca dell’effetto. Sono il ricordo personale di un compagno di squadra che vide da vicino un Pantani profondamente diverso rispetto all’uomo incontrato anni prima dopo quel terribile incidente.
IL CICLISMO DI OGGI E QUEL MESSAGGIO AI GIOVANI
Secchiari continua ad amare il ciclismo e a seguirlo, pur riconoscendo quanto profondamente sia cambiato rispetto alla sua epoca.
«È sempre bello vedere il ciclismo, ma sono cambiate tante cose. Bisogna fare tanti sacrifici».
Poi il discorso si sposta su un problema drammaticamente attuale: la sicurezza dei ciclisti sulle strade.
Ed è qui che Secchiari utilizza parole volutamente crude.
«Ma soprattutto bisogna stare attenti ad andare in giro per queste strade, perché è pieno di coglioni».
Un’espressione forte, che scegliamo di riportare integralmente perché pronunciata nel contesto di un richiamo alla sicurezza e perché sintetizza la preoccupazione di chi sulle strade ha trascorso migliaia e migliaia di ore della propria vita.
DAL SOGNO DEL BAMBINO ALLA VITA DI OGGI
Nelle parole di Francesco Secchiari non c’è nostalgia fine a se stessa.
C’è piuttosto la consapevolezza di avere vissuto un sogno che pochissimi bambini riescono a trasformare nella propria professione.
Ha corso il Giro d’Italia che sognava da piccolo. Non una volta, ma nove. Ha partecipato al Tour de France, ha vinto, ha lavorato per alcuni dei più grandi campioni italiani della sua generazione e ha conosciuto dall’interno uomini diventati simboli del ciclismo.
Poi ha scelto di tornare, come dice lui stesso, a essere una «persona normale».
Forse è proprio questo il passaggio più bello dell’intervista: da bambino sognava di diventare ciclista; quando era ciclista professionista sognava una vita normale.
In mezzo ci sono dieci anni di professionismo, cadute, vittorie, sacrifici, Cipollini, Pantani e migliaia di chilometri.
Una storia di ciclismo. Ma soprattutto una storia di vita.
A cura della redazione di Inbici News24
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