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L’INTERVISTA – MARCO SCARPONI: “SICUREZZA? SIAMO ANCORA ALL’ANNO ZERO”

Direttore del sito InBici.net e conduttore della trasmissione radiofonica Ultimo Chilometro, inviato per le principali gare internazionali di ciclismo su strada, autore dei libri "Pedalare nel fango", "Due pedali per volare" e "Giro delle Fiandre, la classica dei tifosi"


Su quel volto, incorniciato da una folta barba, si legge ancora il dolore per una tragedia che non finirà mai. Ma, dietro alla rabbia ancora viva per la morte del fratello Michele, Marco Scarponi regala anche spunti riflessivi di formidabile saggezza.La sua è una prospettiva “politically scorrect”, una visione fatta di “verità scomode”, di un’impostazione mai banale che, a volte, finisce quasi per mettere in imbarazzo la platea. Ma Scarponi è fatto così, sferzante come un uncino, abrasivo come l’aceto sulle ferite. Prendere o lasciare.

Ospite a Cesenatico della tavola rotonda organizzata nell’ambito della Safe2GO”, ovvero la Tirreno-Adriatico dell’educazione stradale, il suo intervento ha lasciato il segno.

Marco, due anni dopo la morte di Michele, che effetto le fa oggi parlare di sicurezza stradale…

“A dire il vero mi sento molto confuso. Dopo aver partecipato a tanti incontri e convegni con politici, poliziotti, sportivi, tecnici ed urbanisti, mi sono reso conto che questo paese, quando si parla di sicurezza sulle strade, non ha ancora le idee chiare”.

Come si combatte la “violenza stradale”?

“E’ un problema talmente grande e complesso che, obiettivamente, non si sa da dove cominciare. Diciamo che sarebbe sufficiente copiare quello che si sta facendo negli altri paesi. E non parlo della Danimarca o dell’Olanda, che sono 50 anni più avanti di noi, ma ad esempio della Spagna che – negli ultimi dieci anni – con una rivoluzione più culturale che infrastrutturale, è riuscita a cambiare radicalmente le dinamiche comportamentali sulle strade, riducendo sensibilmente il numero dei ciclisti morti”.

Qual è allora il vero problema dell’Italia?

“Noi siamo il paese europeo con il più alto tasso di motorizzazione e, sulle strade, tutti dobbiamo seguire regole che sono state scritte in epoche diverse, epoche in cui l’auto veniva privilegiata rispetto a tutti gli altri mezzi di locomozione. A volte sento parlare di “guerra fra automobilisti e ciclisti”. Ma questa, più che una guerra, è una mattanza a senso unico, perché quando un’auto e una bicicletta si scontrano, a morire è sempre il ciclista. Bisognerebbe avere più controlli sulle strade, ma in Italia – rispetto ad altri paesi – i controlli sono scarsi. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti”.

Si parla tanto di educazione stradale nelle scuole…

“Ed è un tema certamente importante, ma l’educazione stradale si fa, in primis, sulle strade. Per mio fratello, lo ricordo, la strada era un posto di lavoro. E allora bisogna partire da una verità: gli utenti della strada non sono tutti uguali perché utilizzano mezzi diversi. E dunque, al di là dei bei discorsi sul rispetto e sulla tolleranza reciproca, bisogna fissare delle gerarchie. In Spagna, come dicevo, un’auto – quando incontra una bicicletta – rallenta la marcia per rendersi innocua. In Italia, invece, di solito si accelera per liberarsi il più in fretta possibile di quel fastidioso ostacolo. E’ un problema di cultura, ma la cultura si crea anche con le regole. Regole che noi ancora non abbiamo”.

E, quindi, lei in concreto da dove partirebbe?

“Io molto semplicemente fisserei una regola, ovvero che sulle strade italiane pedoni, ciclisti e disabili hanno sempre la precedenza. Negli altri paesi stanno seguendo questo principio. E se questo non avverrà anche da noi, questa battaglia non la vinceremo mai”.

Lei, assieme ai familiari e ai tanti amici di Michele, ha dedicato una gran fondo a suo fratello. Che aria respira quel giorno?

“Se devo essere sincero un’aria che non mi piace. E’ bellissimo rendere omaggio a Michele perché l’idea della granfondo era, in primis, una sua idea. Ma io resto perplesso quando vedo al via quei 400 ciclo-amatori che, anziché godersi l’aspetto aggregante dell’evento, si sfidano con incredibile agonismo, cercando prima di tutto la vittoria. Che senso ha tutto questo? E che senso ha sentire che un amatore di 40 anni è stato beccato per doping? Possibile che in questo paese non siamo riusciti ad insegnare anche una sana cultura della sconfitta e che tutto abbia un senso solo se ci si sfida per la vittoria? Perché, mi chiedo, non abbiamo fatto nulla, in questi anni, per fermare questa mentalità protesa unicamente alla competizione? Questa è una cultura sbagliata che, alla lunga, crea modelli di comportamento sbagliati. Quando si parla di sicurezza sulle strade, forse bisognerebbe partire anche da qui”.

A cura di Mario Pugliese per InBici Magazine

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