La tragedia di Finlay Tarling continua ad alimentare il dibattito sulla sicurezza nelle corse ciclistiche. Dopo le ricostruzioni della GNR sulle difficoltà nel presidiare ogni accesso al percorso della Vuelta a Portugal, è intervenuto anche Adam Hansen, presidente della Cyclistes Professionnels Associés (CPA). Il sindacato mondiale dei corridori riconosce il buon lavoro generalmente svolto dagli organizzatori, ma considera quanto accaduto venerdì come un grave campanello d’allarme: “L’organizzazione è solitamente molto buona, ma quello che è successo venerdì rappresenta una sorta di falla nel sistema”, ha dichiarato Hansen alla BBC Sport.
“Si pensa che sia passata tutta la gara, ma non è così”
Secondo Hansen, uno dei problemi riguarda anche la percezione di chi si trova lungo il percorso e non conosce le dinamiche di una gara ciclistica. “A volte, se le persone ferme in auto non conoscono il ciclismo, pensano che, una volta passata la fuga o il gruppo principale, sia passata tutta la gara, e riprendono la marcia. Ma in realtà non è così: possono esserci molti gruppi ancora”, ha spiegato il presidente della CPA. Un aspetto particolarmente delicato nel caso di Tarling, che si trovava infatti staccato dal gruppo principale quando è avvenuto il tragico impatto. Hansen ha poi riconosciuto la difficoltà oggettiva del compito: “Chiudere ogni singola strada e ogni accesso privato è difficile, e alla fine ci si chiede quanto rischio gli organizzatori siano disposti ad assumersi e se sia effettivamente possibile avere delle persone a presidiare tutti quei punti”.
Hansen chiede un cambio di passo anche sui caschi
Il presidente della CPA non si è però fermato alla sicurezza del percorso. Hansen ha infatti individuato un altro elemento sul quale, a suo giudizio, il ciclismo professionistico dovrebbe intervenire: i caschi. “Una delle cose su cui dobbiamo intervenire sono i caschi. Hanno bisogno di un importante aggiornamento”, ha affermato. Il dirigente australiano ha quindi messo in discussione gli attuali standard di certificazione: “I caschi da ciclismo devono superare i test standard previsti. Lo standard europeo CE EN 1078, ad esempio, prevede una certificazione per impatti a soli 19,5 km/h, e non credo che sia sufficiente per le gare su strada”. Un tema che apre dunque un secondo fronte nella discussione sulla sicurezza dei professionisti: non soltanto proteggere i corridori prima che avvenga un incidente, ma anche migliorare gli strumenti chiamati a ridurne le conseguenze quando l’impatto non può essere evitato.

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