La domanda è forse provocatoria, ma dopo la nona tappa della Vuelta a España 2026 diventa inevitabile: è più spettacolare una corsa dominata da Tadej Pogačar oppure una gara completamente aperta come quella che stiamo vedendo dopo il suo ritiro? Lo sloveno aveva trasformato la prima settimana in una sorta di monologo, conquistando tre tappe e arrivando ad avere 3’50” di vantaggio prima della caduta che lo ha costretto ad abbandonare la corsa.
Con Pogačar si sapeva chi vincere, ma non cosa avrebbe fatto
Il problema del dominio di Pogačar è evidente: quando un corridore sembra di una categoria superiore, la suspense per la classifica generale rischia di evaporare. Però c’era un altro tipo di spettacolo. Ogni volta che lo sloveno si alzava sui pedali, il gruppo tratteneva il fiato. Dove attaccherà? Quanto guadagnerà? Chi riuscirà a seguirlo? La quarta tappa di Andorra, con l’assolo di oltre 50 chilometri, è stata l’esempio più estremo: una corsa praticamente trasformata in un’esibizione individuale.
Eppure proprio quella superiorità generava un’attrazione enorme. Pogačar rendeva interessante anche il rischio che qualcosa potesse andare storto, come dimostrato nella sesta tappa, quando Enric Mas riuscì a raggiungerlo dopo l’attacco sul Bartolo. Il livello era talmente alto che persino una giornata in cui lo sloveno appariva vulnerabile produceva una sfida memorabile.
Senza Pogačar è tutto più equilibrato, ma anche più attendista
Dopo il suo ritiro, invece, la corsa è completamente cambiata. Enric Mas ha preso la Maglia Rossa e ha già rafforzato il proprio primato sull’Alto de Aitana, ma dietro di lui ci sono ancora diversi corridori che possono immaginare di vincere la Vuelta. Roglič, Gall, Onley, Carapaz, Kuss e Skjelmose sono tutti abbastanza vicini da poter ribaltare la situazione.
Il rovescio della medaglia è però quello che si è visto soprattutto in alcune fasi della giornata: più equilibrio può significare anche più tatticismo. Senza un corridore nettamente superiore, nessuna squadra vuole prendersi per prima la responsabilità della corsa. Si aspetta, si controlla, si studiano gli avversari e spesso gli attacchi arrivano soltanto negli ultimi chilometri. Oggi, paradossalmente, il finale è stato più combattuto proprio perché non c’era un Pogačar capace di spezzare la gara quando voleva.
Eppure è difficile dire che sia mancato completamente lo spettacolo. Mas ha attaccato a tre chilometri dall’arrivo, Onley è stato l’unico a seguirlo e Roglič ha provato a rientrare, mentre Gall ha più volte aumentato il ritmo. Ne è uscita una classifica molto più incerta, con Mas primo, Roglič a 1’18” e Gall a 1’39”. Sei corridori restano comunque in corsa per il successo.
La vera domanda non è Pogačar sì o Pogačar no
Forse la risposta è che il ciclismo ha bisogno di entrambe le cose. Ha bisogno di un campione capace di fare ciò che sembrava impossibile e di obbligare tutti gli altri a inventare qualcosa per batterlo. Ma ha anche bisogno di corse nelle quali, a due settimane dalla fine, nessuno sappia chi indosserà la maglia di leader a Madrid.
Lo ha spiegato perfettamente Sepp Kuss, che prima della tappa aveva sintetizzato così la nuova situazione: “È una corsa davvero aperta. Non c’è un corridore super dominante. Penso che sarà emozionante”.
Ed è proprio qui il punto. Il dominio di Pogačar garantisce spettacolo per la sua eccezionalità; l’assenza di Pogačar garantisce suspense per l’incertezza. Uno ti fa chiedere quanto sia forte il campione, l’altra chi riuscirà a vincere. E forse il vero spettacolo ideale sarebbe riuscire ad avere entrambe le componenti nella stessa corsa: un fenomeno abbastanza forte da fare la differenza, ma non così tanto da trasformare la classifica in una formalità.

InBici Rivista per ciclisti, InBici Magazine, Passione sui Pedali












