Riparto nella notte e anche se non come prima, il ginocchio ancora mi sta uccidendo. Mi fermo e mi accorgo che la tacchetta ancora non è perfetta. Troppo verso il centro. Riprovo. Grazie ad una buona dose di antinfiammatori faccio bene il parcour obbligatorio che include la tripletta Portalet, Aubisque e Tourmalet. Tutte salite epiche ma di una bellezza totale. C’è sempre qualcosa di speciale nei Pirenei. Se le Alpi sono quella fotomodella che toglie il fiato a tutti, i Pirenei sono quella ragazza del paese molto semplice, ma a cui basta un sorriso per fare innamorare tutti. Me in primis.
Raggiungo il secondo checkpoint in buona posizione e felice perchè le molte salite mi hanno fatto recuperare un po’ del tempo perso. Verso sera, passato l’effetto Ibuprofen, il ginocchio però inizia a urlare di nuovo. Ricomincio l’agonia del fermarmi-ripartire-rifermarmi. Mi siedo e finalmente prendo tutto il tempo necessario per far sì che la tacchetta destra sia al 100% come la sinistra. L’angolo non era ancora perfetto, ma adesso son sicuro che sia tutto giusto. Riparto nella notte e decido di dormire nel bivy in un sentiero leggermente in pendenza, così da tenere le gambe alte. Una di quelle idee che pensi siano geniali all’inizio e dopo 5 minuti ti chiedi che cazzo stai facendo.
Dormo malissimo, dolorante e riparto 3 ore dopo. Passo 4-5 ore d’inferno e decido di arrivare fino a Carcassonne e poi ritirarmi. 8 meno 10 sono fuori dalla farmacia della stazione della cittadina francese. Non piango questa volta. Fisso il nulla, vuoto, stremato dal dolore e dalla rabbia. La farmacista arriva, mi vede e chiede cosa stia succedendo. Le spiego tutto e sorridendo mi dice che conosce la TCR e che la sta seguendo. Con una gentilezza unica mi invita dentro e mi dice “dai, ho una cosa per te. Prova questo e poi in caso ti fermi a Montpellier”. Mi da dei cerotti da applicare direttamente sul ginocchio e una crema. Li metto, riparto.
Come dopo la panchina a Bilbao, la montagna russa risale dagli abissi del ritiro alla speranza del poter continuare. Il ginocchio non fa male, riesco a pedalare. Continuo tutto il giorno nel caldo del sud della Francia, ovviamente col vento contro, ma per la prima volta capace di pensare a qualcosa che non sia il ginocchio. Chiamo un hotel a Sault ai piedi del mitico monte Ventoux, che purtroppo solo sfioro questa volta, negozio l’arrivo in ritardo e mi avvio. Verso l’una di notte arrivo al mio hotel, mi lavo, guardo le gambe e ho una palla da basket al posto del ginocchio. Crollo e mi concedo quasi 4 ore di sonno perchè sono finito.
Riparto giusto prima dell’alba, col cerotto diventato ormai una stampella fisica e morale. Faccio tutta la meravigliosa vallata verso Briancon, dove mi fermo a comprare barrette e gel. Il negoziante mi dice contento che il primo era passato anche lui dal negozio già 12 ore prima. Gli sorrido e pago, ma dentro di me sono una bestia pensando a tutto il tempo che ho perso per colpa del ginocchio.
Passo di Montgenevre e finalmente arrivo in Italia. Nella salita verso Sestriere trovo in tre diverse occasioni alcune persone ferme ad aspettarmi per incitarmi e farmi i complimenti. Non guardo mai il tracker quando gareggio, ma so che sono in una buona posizione e primo italiano. Nonostante ciò, mai mi sarei aspettato qualcuno fermo a bordo strada a gridare “forza Samuele”. Una ragazza mi dice anche che ha delle caramelle e le dico grazie, ma non si accettano caramelle dagli sconosciuti. Ci facciamo una risata e riparto.
Da lì faccio il pezzo più bello della gara. Asietta e Colle delle Finestre. Al tramonto. Mi sento come se il mondo avesse detto “dai, ti ho rotto le palle abbastanza, tieniti sto paio di ore di meraviglia”. Arrivo al check point 3 in Val Susa verso le 22. Una breve chiacchierata coi volontari e vado poi a Torino dove ho prenotato un B&B hotel, il sogno di ogni ultracyclist perchè hanno un sistema automatizzato per fare late check in.
Dormo ancora male, ginocchio ancora gonfio, ma fa meno male ed è meno gonfio di ieri. Sto migliorando. Riparto da Torino nella tremenda pianura piemontese e con il problema degli automobilisti italiani. La cultura per cui è accettabile sorpassare così vicino i ciclisti nel nostro paese è veramente insopportabile, e stare 20 ore al giorno su strade trafficate diventa uno stress incredibile. Come non fosse abbastanza, mi si è sfondata la sella. Breve ricerca su internet e trovo un rivenditore ‘Selle Italia’ lungo la strada e per fortuna la cambio senza molti problemi.
Arrivato in Liguria tra un temporale e l’altro, faccio un breve pit stop per cambiare la catena così da non pensarci più in seguito. Mi godo i panorami e le strade meno trafficate fino a Viareggio, dove ho la ‘fortuna’ di passare sul lungo mare esattamente quando l’intero mondo si sta godendo il sabato sera. Distratto da abiti troppo corti e manovre assurde di macchine e gente in bici, rischio il collo 100 volte, ma sopravvivo la festosa palude e mi dirigo a Pisa, dove dormo le mie 3 ore in un altro B&B Hotel.
Nella mia testa l’obiettivo è arrivare lunedi sera al traghetto a Bari, ma sono così esausto di testa per tutto quello che ho passato che non ho ancora fatto alcun calcolo.
“Domani vediamo di capire un po’ cosa fare”, mi prometto.
Riparto con le prime luci verso Siena, dove completo il parcour obbligatorio delle Strade Bianche. Per renderle più interessanti me le faccio tutte con un temporale della madonna. Come non bastasse, la Domenica rende le cose difficili per trovare acqua e cibo. Per la prima volta faccio l’errore di essere ‘tirato’ col cibo e vado in modalità sopravvivenza, col motore che gira al minimo. Trovo poi un bar dove divoro tutto quello che hanno in mostra, da cornetti a pizzette e per poco anche il braccio della barista. I clienti mi guardano un po’ schifati, ma troppo impauriti dalla bestia per dire qualcosa. Passa un’oretta e le energie ritornano.
Al tramonto sono al lago Trasimeno e continuo poi nella notte fino a Terni. Il ragazzo alla reception dell’hotel mi fa delle domande incredulo per capire cosa diavolo stia facendo lì alle due di notte. Gli sorrido, gli affido la bici, e gli dico che lo rivedo in un paio di ore. Mi promette un cornetto e un caffè; uso le ultime energie per mostrargli quanto lo adoro.

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