Riparto da Terni all’alba del lunedì e due brevi conti mi fanno capire che il mio piano è fallito. Kaput. A meno di un vento divino alle spalle, non c’è modo di arrivare entro lunedì sera a Bari. Ho perso troppo tempo col ginocchio e pur stando meglio, in pianura sono stato troppo lento, rallentato dal mio set troppo ‘gravel’ e perchè il male al ginocchio non mi ha mai consentito di usare le pendici per stare in posizione aero. Ci fosse stato un traghetto a mezzogiorno di Martedì non sarebbe stato un gran problema. Però, diversamente da quanto sembrava fosse il caso mentre preparavo la gara, il primo traghetto dopo lunedì notte è solo 24 ore dopo.
Sono ancora troppo lontano da Bari, non ho idea di dove siano gli altri e quindi non ho ancora idea di cosa voglia dire questo ritardo per la mia gara. So solo che ora non ha senso esagerare coi ritmi perchè tanto ho tempo in abbondanza. Posso però usare questo tempo ‘extra’ per sistemare vari problemi. Il primo è che le mie gomme sono ‘stanche’ e dopo il traghetto ci saranno strade malmesse e non ci sarà nulla in termini di negozi di bici. Meglio provare a cambiare oggi così almeno sono più sicuro.
Chiamo un negozio a l’Aquila, dove sono gentilissimi ma faccio un grave errore. Hanno solo delle gomme da 40mm Maxxis da strada che non ho mai usato. So che sono più larghe di quanto mi serve, ma mi dico così ho più protezione e sembrano comunque abbastanza veloci. Le cambio e riparto. Non subito, ma nei giorni seguenti mi accorgo di essermi messo una incudine.
Già alla partenza il mio settaggio era troppo lento. Di solito faccio gare in gravel o MTB e non ho una vera bici da strada, quindi per la TCR ho adattato la mia gravel in versione strada. Scelta perfetta se vuoi finire la TCR, non se vuoi correre per le prime posizioni. Con le gomme precedenti ero al limite del lento, godendo di vantaggi nelle sezioni difficili. Adesso non solo sono sempre troppo lento, ma queste cavolo di gomme hanno anche una pessima protezione contro le forature. Da lí fino alla fine della gara bucherò 6-7 volte. Per fortuna tutte chiuse dal liquido tubeless, tranne l’ultima che richiederà anche un plug, che per miracolo ha tenuto fino alla fine.
Attraverso le bellissime zone in Abruzzo fino al checkpoint 4 a Pacentro, dove timbro in 9° posizione. I volontari e la gente mi fanno i complimenti. Apprezzo la loro gentilezza, ma tutto mi risulta vuoto considerando che di li a poco dovrò fermarmi ad aspettare un traghetto. Non sono arrabbiato, ma completamente vuoto. Sono andato a riprendermi negli abissi, ho tenuto duro in momenti difficili e tutto questo per cosa? Nulla. Per dover aspettare un cazzo di traghetto, messo in mezzo al percorso da degli organizzatori che non sanno quello che fanno pur essendo a capo della principale corsa ‘ultra’ del mondo.
Oltre a questo, il mio corpo si sta di nuovo ribellando. Non poter usare le pendici aero fin dal giorno due ha significato che non ho mai potuto cambiare posizione e ‘riposare’ le spalle. Sto quindi sentendo ogni singola frattura del mio infortunio, e il collo mi sta dando segnali di cedimento. In carriera non ho ancora mai avuto problemi di “Shermer’s neck”, ma conosco benissimo il mio corpo e so che sono a rischio.
Faccio due conti e pianifico di andare a Campobasso, dormire in un hotel ben 4-5 ore e poi con ‘calma’ andare a Bari il giorno dopo. Eseguo il piano, fermandomi molte volte il giorno seguente per mangiare, prendere cibo per il post traghetto e per fermarmi in farmacia a prendere quello che mi serve. Mi affido al jolly dei cerotti thermacare per aiutare il collo. In teoria, due giorni di questi cerotti, assieme alla pausa traghetto, dovrebbero aiutarmi a reggere fino in Romania.
Arrivato a Bari faccio una mega cena e prendo il traghetto. Questa traversata mi distrugge però completamente su tre fronti:
- Mi accorgo dal tracker che molta più gente di quanto pensassi riesce a prendere il traghetto. Anzichè essere in 5-6 come prima a giocarci le posizioni da 8° in poi, siamo ora in più di 15. Non solo ho perso ogni possibilità di raggiungere quelli che combattono per il 3° gradino del podio, ma ho anche perso tutto il vantaggio che avevo per raggiungere il mio obiettivo di finire nella top 10.
- Ci sono due compagnie di traghetti che partono alla stessa ora. Ovviamente io ho preso quello che in quel giorno arriverà al porto Albanese molto dopo l’altro. Non solo ho perso tempo, ma ora partirò con handicap.
- Sono il primo a salire sul mio traghetto e il personale mi dice dove mettere la bici. Il tipo del personale non parla italiano, inglese, francese o spagnolo e non riesco a comunicare per dirgli che devo scendere presto. Gli chiedo se quello è il davanti del traghetto e mi dice di si. Ovviamente arrivato al porto Albanese mi accorgo non solo che sono nel retro del traghetto, ma anche al primo piano. Devo così aspettare secoli affinché il piano terra sbarchi e poi tutti quelli di fronte a me.
Per finire in bellezza, sul traghetto mi hanno messo panico sul fatto di non avere una sim funzionante fino in Bulgaria, quindi mi fermo al porto a fare una sim albanese. La ragazza al negozio ‘Vodafone’ ha una gentilezza pari a un calcio nelle palle e ci mette una vita per fare due cose in croce. Sommando tutto quanto, inizio la mia seconda parte di gara non solo ultimo della mia ‘bolla traghetto’ ma con un ritardo già superiore alle due ore sugli altri. Sono incazzato come una bestia.
Una fantastica lunga salita verso il percorso obbligatorio mi porta alla ‘famigerata’ sezione di 12-15 km di MTB. Avendo assolutamente zero fiducia in queste gomme di m***a, la prendo piano e con super attenzione per evitare ogni tipo di danno.
Trovo altri due corridori lungo il tracciato che hanno bucato. Mi vedo poi sorpassare da Lael, una delle ragazze nelle prime posizioni, la quale scende a tuono come se guidasse una full con gomme nuove. Col massimo rispetto, ma mi esce spontaneo un “dove cavolo va questa”. Un paio di tornanti dopo ho la mia risposta quando la trovo a lato strada osservare una gomma posteriore con un bel taglio. Perplesso per lei, mi convinco ancora di più della mia scelta di prenderla con filosofia.
Arrivo al CP5 albanese in 17 posizione verso mezzogiorno. Mi dicono che il mio tracker non funziona e che non mi stavano aspettando. Il 99% delle volte sono gentile e calmo con tutti, ma sono così acido per il traghetto che li mando a quel paese. Poi spengo e riaccendo il tracker e tutto si sistema. Mangio tre porzioni di riso in bianco. Prima di ripartire, mi accorgo che uno dei fotografi è un mio amico conosciuto alla GBDuro l’anno scorso. Gli dico che mi fa piacere vederlo, ma di scusarmi perchè sono in un posto buio con la testa. Mi sorride, mi dice prenditi il tuo spazio e vai a riprenderli tutti.
Dopo l’ultimo checkpoint in Albania, continuo in strade meravigliose e isolate fino in Macedonia, dove vengo travolto dalla ‘poesia del rientro’. Una lista infinita di macchinoni costosi con targhe straniere di expat al rientro sfilano lungo le strade; tutti i bar sono pieni di gente che fa festa, tutti sono vestiti come se dovessero andare ad un matrimonio e dal pomeriggio fino alle due mattina pedalo attraverso questo piccolo magico mondo in festa. Per un paio di ore mi dimentico della gara, della bici, di me stesso, di tutto. Sono come un pesce in un fiume trascinato dalla corrente. Scorro felice attraverso le vite degli altri, ringraziandoli senza che nessuno mi senta.
Un altro problema della pausa traghetto è che altri corridori possono prendere questa ultima sezione ‘all in’, mentre io so che devo stare attento. Molti anni di esperienza ti danno una connessione precisa col tuo corpo e sai benissimo cosa puoi chiedergli e cosa invece no. In questo caso, sono contento che il ginocchio ormai non faccia per nulla male e che i thermacare facciano effetto, ma so che ho bisogno ancora di un giorno prima di giocarmi il ‘jolly’. Prenoto quindi un hotel a Skopje, dove faccio il mio ultimo rituale della pausa doccia, carica luci e Garmin, e 3 ore di sonno.

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