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La Transcontinental di Samuele Tonello, parte finale. “Se hai intenzione di provare, vai fino in fondo. Altrimenti non cominciare neanche” (4/4)


A Skopje, per la prima volta in tutta la gara dormo bene perché il mio corpo non deve smaltire infortuni. Metto l’ultimo cerotto al collo, inizio a pedalare e paradossalmente tutto gira come vorrei. Un paio di ore, entro in Serbia, tutto bene. Nel pomeriggio sto meno bene, ma poi faccio un carico di sali e arrivato in Bulgaria trovo finalmente un negozio in cui mangio 3-4 burek, bevo succhi di frutta e divoro altre cose che non ho idea di cosa siano.

Ricomincio a pedalare e non so come ma sto di nuovo benissimo. Sono passate circa 10 ore e il collo non da alcun segnale. Esattamente quello che stavo aspettando. È ora. Adesso devo spegnere tutto quanto non è necessario. Tutta la rabbia di questi giorni legati al traghetto, tutti i problemi dell’inizio con il ginocchio, tutti i pensieri legati alle mille altre cose, tutte le emozioni. Spengo tutto, tiro un bel respiro e mi ripeto calmo:

Adesso vado a riprendermi quello che è mio, la posizione che mi spetta. Costi quel che costi. Showtime”.

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Come un robot eseguo il piano. Pedalo, non perdo tempo, avanzo efficiente nella notte. Mancano però 500 km all’arrivo e so che non posso fare due intere notti in bianco. Mi fermo poco dopo, in parte alla strada, per 2 ore di sonno col sacco a pelo. Una zanzara mi sveglia un minuto prima della sveglia. Alle 7 di mattina ci sono già quasi 25 gradi e capisco che sarà una giornata caldissima. Perfetto. Più è dura e più la gente crolla.

Ad un supermercato mi fermo a prendere acqua e trovo un altro corridore. Mi basta guardarlo un attimo in faccia per capire che da lì a poco non sarà più un problema. Lo vedi in come brillano gli occhi di una persona se c’è ancora vita o meno. La sua era spenta. Meno uno. Ne mancano altri due da prendere.

Trovo poi il gruppo del media e scambio due parole con Sophie, la gentilissima reporter, la quale mi chiede cosa desidero di più una volta arrivato alla fine. La domanda mi spiazza un po’ e vorrei dirle “sono in missione per conto di dio e ho dei mulini a vento da combattere, non ho tempo per ste cose”, ma poi ci penso un attimo e le dico “vabbè, se vuoi prepararmi un bel piatto di pasta quando arrivo, non mi lamento”.

Procede tutto bene, fino a che entro in quello che è sostanzialmente l’inferno per me:

Drittone in pianura, al massimo ondeggiante, con forte vento contro, molto trafficato anche da camion, con Garmin che segnala tra 108km svolta a destra e che mi ricorda che ci sono 39 gradi. “E adesso che cazzo faccio?”

I primi chilometri cerco ancora di combattere, ma poi mi rassegno. Ne abbiamo per almeno 4 ore, Samuele. Accetta, testa bassa e mena. Per passare il tempo inizio a raccontarmi la storia della gara a voce alta. Mi dico cosa ho fatto, dove, ecc. Poi penso a Ruth, a cosa sta facendo adesso, a quanto mi piacerebbe vedere quel sorriso preciso che fa sempre in risposta alle mie cagate e poi vago in cose che non si possono scrivere. Ho preso anche un pacchetto di Mentos così mi tengo occupato mangiando i vari sapori.

Vedo poi Cynthia in lontananza, che è anche il mio obiettivo essendo in 10 posizione. Ogni volta che la strada è in salita recupero tantissimo, ma poi in piano sono così dannatamente lento. Cazzo di gomme. Al tramonto arrivo finalmente in Romania e mi fermo per l’ultima sosta cibo e acqua. Scambio due chiacchiere con Cynthia. Parla bene, è lucida, ma tra le parole c’è quella breve pausa che puoi notare quando qualcuno ha giocato troppo con il poco sonno. Riparte prima di me, ma son quasi sicuro che posso sostenere la notte meglio di lei.

Del mio traghetto, davanti ho Ana che ormai è troppo lontana, Christoph che è poco avanti, e Cynthia con cui ho appena parlato. Ci sono, posso riprendermi quelllo che è mio. Percorso obbligatorio finale, 140km per 1500 dsl. Vorrei più salita ma non importa. Due caffè e via.

Due ore dopo vedo a lato strada Christoph che sistema una foratura. È uno dei pochi corridori con cui ho avuto modo di socializzare, ed è sempre stato un ragazzo d’oro. So che questo mi avvantaggia ma mi sento triste per lui. Poco dopo trovo e passo Cynthia, visibilmente spenta. 100 km all’arrivo e sono dove voglio essere. Adesso devo ‘solo’ finire.

Facile non fosse per gang di cani mai viste prima. Ho pedalato in diverse parti del mondo e ho esperienza nel gestire i cani, ma questa è l’Università della gestione cani. In ogni paese sbucano ovunque orde di cani incazzatissimi e super aggressivi. Ogni volta devo fermarmi e camminare la mia via fuori dal loro ‘territorio’, il tutto urlandogli contro per fargli capire chi comanda. A questo punto della gara e della mia condizione esistenziale, difficile distinguere chi tra me e loro sia l’animale e chi è più pericoloso per chi.

A 20 km dalla fine, i geni della organizzazione hanno la brillante idea di mettere un’altra sezione sterrata, che altro non è che un pallosissimo sentiero in parte al fiume, con anche mega pozzanghere da guadare. Niente di impossibile, ma da corridore, dopo 4500km, la percepisci un po’ come se ti stessero sbeffeggiando. Inoltre, nel buio non mi accorgo che il fango attaccato al telaio mi tocca la gomma, che oltre ad essere lenta e soft è anche chiaramente troppo larga per il mio telaio. Sistemo impanicato l’ultima foratura.

Finalmente su asfalto, arrivo a Costanza. Alle 3 di mattina sono al punto finale della spiaggia. Stordito consegno la carta del brevetto. Ho finito. 12 giorni, 5 ore, 50 minuti. 9° posto. Ce l’hai fatta, Samuele. Per davvero. Però non provo nulla. Nessuna gioia, nessuna emozione, nulla. Sono come in shock.

Di notte, il posto finale è una discoteca all’aperto e c’è musica a tutto volume e gente che fa serata. Tutto troppo per il mio cervello. Chiedo scusa e mi discosto. Scavalco la recinzione, faccio ancora 50 metri e arrivo al mare. Mi inginocchio, copro la testa tra le mie braccia e come un vulcano tutto quanto ho tenuto dentro per due settimane erutta. Piango, piango, e piango ancora. Non sono le lacrime di disperazione di Bilbao e non è nemmeno felicità. È un qualcosa di diverso, così profondo che è difficile da spiegare. Per qualcuno che ha sempre fatto fatica a volersi bene, è una dolcissima unione di orgoglio e di amore per se stesso che non so come controllare.

Tanti non sanno cosa siano queste gare. Molti si concentrano su cose futili come i chilometri, le ore dormite, i racconti sterili di insignificanti influencer basati solo sulla sofferenza. Quindi molti mi dicono “ma perchè?”, “tu sei matto”, “dovevi ritirarti” o soprattutto “ma che senso ha?”.

In una società in cui il valore delle nostre azioni viene sempre definito da altri, alla fine questo è il mio modo di impossessarmi della mia esistenza. Come Don Chisciotte si era rotto le scatole di un mondo noioso in cui la cavalleria era finita, così io sono stufo di essere ingabbiato in una società del comfort che anestetizza le emozioni associate agli estremi. Chi mi fa queste domande vede me sbattere contro i mulini a vento e si chiede che cazzo sto facendo. La risposta è che sto giocando ad essere il nuovo Don Chisciotte. Nel mio mondo, sto combattendo dei giganti e vivendo le più incredibili avventure. Ed in queste avventure sono l’eroe che un piccolo bambino nato a Montenars, nel mezzo del nulla in Friuli, sognava di diventare. Non è il 9° posto la vittoria, ma è sapere che quel bambino oggi mi abbraccia e mi ringrazia per quello che siamo diventati.

La prossima volta che senti di una gara di ciclismo ultra, anziché dire ‘questi sono matti’, prova a pensare a quelle volte che hai guardato fuori dalla finestra sentendoti un gatto d’appartamento che si chiede come sarebbe essere un animale libero nella natura. Se ti suona familiare, prendi una bici e inizia a pedalare. Pedala, pedala e pedala, fin quando non hai più energie e ti sei perso. Poi ritrovati, torna a casa e racconta al te stesso bambino di come hai fatto il culo a dei giganti con dieci braccia. Vedrai che mi ringrazierai.

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