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Dalle due ruote al triplice sogno: il richiamo dell’Ironman


La bici come punto di partenza, non di arrivo. Per molti ex ciclisti professionisti, la fine della carriera non coincide con la fine della fatica. Dopo anni di allenamenti, vittorie e cadute, la passione per la resistenza continua a bruciare. E così, archiviati Tour, Giro e Vuelta, alcuni di loro hanno trovato nel triathlon – e in particolare nelle distanze Ironman – una nuova dimensione agonistica.

Il triathlon, con la sua formula di nuoto, ciclismo e corsa, racchiude l’essenza dell’endurance pura. È uno sport totale, che non perdona e non concede scorciatoie. Forse è proprio per questo che affascina chi, come gli ex corridori, ha vissuto per anni di disciplina, sacrificio e controllo del corpo.

La riflessione di InBici News24

Come osserva la redazione di InBici News24, il fenomeno non riguarda soltanto i ciclisti. Sempre più atleti provenienti da sport di fatica – podisti, nuotatori, canottieri – cercano nel triathlon una seconda vita agonistica. Dopo aver lasciato l’élite, trovano nel “triplice sforzo” un modo per rimanere se stessi: competitivi, allenati, vivi. “L’Ironman è l’ultima frontiera della sfida personale”, scrive la redazione. “Non conta più il cronometro, ma la capacità di resistere e di ritrovarsi”.

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Jalabert e Vinokurov, i maestri della seconda vita

Il primo a dare l’esempio fu Laurent Jalabert, classe 1968, già vincitore della Vuelta e re delle classiche. Dopo il ritiro nel 2002, si è reinventato triatleta, conquistando titoli mondiali Ironman 70.3 nella sua categoria e diventando un simbolo della longevità sportiva. A Kona, sulle strade sacre delle Hawaii, Jalabert ha ritrovato il gusto della competizione, stavolta contro sé stesso.

Sulle sue orme ha camminato – anzi, nuotato e corso – Alexandre Vinokurov, ex campione olimpico e oggi direttore sportivo dell’Astana. Il kazako, noto per il suo carattere indomabile, ha vinto nel 2023 il titolo mondiale Ironman 70.3 di categoria a Nizza. Per lui, come per molti ex colleghi, il triathlon è una prova di equilibrio mentale più che fisica. “Non corro per battere gli altri”, ha detto una volta, “ma per dimostrare che posso ancora farcela”.

Armstrong, Talansky e gli altri: l’endurance come destino

Lance Armstrong, che prima di diventare ciclista era triatleta, è tornato al suo primo amore dopo il ritiro. Ha partecipato a diversi Ironman 70.3, portando con sé curiosità e polemiche, ma anche la capacità di dare visibilità a uno sport che vive di passione e silenzio.

Andrew Talansky, ex talento americano della Garmin, si è invece tuffato nel triathlon per ritrovare un equilibrio psicologico dopo l’addio al gruppo. “Volevo sentire di nuovo il cuore battere per una sfida”, dichiarò al suo esordio.

Adam Hansen, l’uomo dei venti Grandi Giri consecutivi, ha trovato nell’Ironman la prosecuzione naturale della sua mania per la precisione e la resistenza. Da buon ingegnere, applica alla triplice disciplina la stessa meticolosità che aveva nelle corse a tappe.

E poi c’è Cameron Wurf, il caso più emblematico: da canottiere olimpico a ciclista professionista, fino a diventare triatleta di livello mondiale. Le sue prestazioni nella frazione in bici degli Ironman hanno riscritto i tempi di riferimento del settore.

Il filo invisibile della fatica

Tutti questi campioni, seppur diversi per epoca e stile, sono uniti dallo stesso filo invisibile: il desiderio di non smettere mai. Nel triathlon hanno trovato la prosecuzione ideale della loro identità sportiva, una forma di agonismo maturo, più personale ma non meno intenso.

L’Ironman – 3,8 km di nuoto, 180 km di bici e una maratona finale – rappresenta per loro una nuova epopea. Non più contro avversari in classifica generale, ma contro il tempo, il caldo, la stanchezza e la mente.

Alla fine, il traguardo non è più la linea d’arrivo, ma la possibilità di continuare a vivere l’essenza dello sport: la fatica come linguaggio universale, la sfida come forma di libertà.

 

A cura della redazione di Inbici News24
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