COMPIÈGNE — Sguardo rilassato, tono misurato, ambizioni chiarissime. Tadej Pogacar si presenta al via della Parigi-Roubaix senza proclami, ma con la consapevolezza di chi sa di poter riscrivere la storia.
«Non è un’ossessione», dice. Ma basta poco per capire che l’obiettivo è lì, concreto: vincere anche l’“Inferno del Nord” e completare una sequenza che lo proietterebbe tra i più grandi di sempre.
Dopo aver già lasciato il segno nella primavera, il campione sloveno affronta la corsa più imprevedibile del calendario con un approccio lucido. Nessuna pressione apparente, ma una determinazione che traspare nelle pieghe delle sue parole: «Voglio lottare per la vittoria». Senza enfasi, senza forzature. Come se fosse una tappa qualsiasi. Ma non lo è.
La Roubaix è un’altra cosa. Pavé, polvere, cadute. Un terreno che non perdona e che lo scorso anno lo aveva respinto, anche a causa di una caduta. «Ho imparato», lascia intendere. E oggi quella lezione potrebbe diventare un vantaggio.
Il contesto, però, è dei più competitivi. In prima fila c’è Mathieu Van der Poel, dominatore recente della corsa e riferimento assoluto su queste strade. È lui l’uomo da battere, lo specialista del pavé, il corridore che più di tutti incarna lo spirito della Roubaix.
Eppure Pogacar non sembra intimidito. Il suo è un ciclismo istintivo, offensivo, capace di adattarsi anche ai terreni meno congeniali. È questa la sua forza: trasformare l’imprevedibilità in opportunità.
Alla partenza, tra i corridori che scherzano e i meccanici che controllano per l’ultima volta le biciclette, lo sloveno resta fedele alla sua linea. Niente ossessioni, solo la corsa. Arrivare fino in fondo, restare nel vivo della gara, giocarsi tutto negli ultimi chilometri.
Perché alla Roubaix non vince sempre il più forte. Ma chi riesce a restarlo fino all’ultimo metro.
A cura della redazione di Inbici News24
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