Stefano Giuliani ha vissuto davvero tutta la sua vita nel mondo del ciclismo. Prima corridore, poi direttore tecnico di diverse squadre e oggi a capo dell’organizzazione che gestisce il Trofeo Matteotti, arrivato alla sua 78ª edizione e in programma il 13 settembre e in esclusiva per Inbici News24, Giuliani ha rilasciato questa intervista.
Un appuntamento di grande rilievo per il calendario non solo italiano, ma anche internazionale.
Giuliani: “Il Matteotti è cresciuto in maniera esponenziale”
Lo stesso Giuliani ci ha parlato della crescita, in questi anni, di questa storica gara:
“Io penso che, in questi anni, il Circuito Matteotti sia cresciuto in maniera esponenziale. Lo organizzo da otto anni, da quando sono entrato come direttore tecnico, all’epoca con Daniele Sebastiani presidente della Pescara Calcio. Ho fatto un po’ di esperienza, ma in un evento del genere non basta mai. La crescita è stata enorme, e lo dico con grande orgoglio, ma anche con molto stress. Quando un evento diventa così importante, aumentano le responsabilità e ci sono tante cose alle quali magari prima non si faceva caso e che oggi diventano fondamentali. Penso soprattutto alla sicurezza. Fin dai primi anni ho puntato molto su questo aspetto. Un circuito, da questo punto di vista, è leggermente più avvantaggiato perché permette di essere messo in sicurezza più facilmente. È chiaro che manifestazioni come la Milano-Sanremo, il Giro d’Italia o il Giro di Lombardia hanno una storia e una dimensione che non si possono toccare, ma bisogna anche guardare al futuro. Io il futuro lo avevo già immaginato qualche anno fa, anche perché ho avuto la fortuna di fare tutta la trafila. Raccoglievo le borracce da bambino, volevo correre, ma non avevo i soldi e quindi la fame ha fatto la differenza. Ho raccolto esperienza, ho gestito squadre, ho seguito il ciclismo a diversi livelli. Ho anche lavorato sui diritti televisivi. Sono tutte esperienze che mi hanno permesso di capire questo mondo”.
Un’edizione di grande prestigio
Quella di quest’anno sarà un’edizione decisamente importante e di prestigio:
“Dopo otto anni stiamo raggiungendo un po’ l’apice di una gara di categoria 1.1, che addirittura potrebbe anche esserci stretta. Purtroppo ci vogliono i budget e sento dire che oggi i soldi ci sono, ma mi sembra assolutamente il contrario. Non è facile organizzare le corse, ma sono riuscito a metterci passione e competenza. Sono davvero soddisfatto perché avere otto squadre World Tour e dieci Professional non è poca. Il prossimo anno facendo il Mondiali in Europa, vorranno venire tutti in Italia, perché noi siamo i maestri ad organizzare le corse. Nessuno offre quello che offriamo noi, la nostra sapienza, l’arte di far star bene le persone. Siamo sulla strada giusta, ma purtroppo ci sono ancora tanti problemi da risolvere”.
Il problema della sicurezza e dei giovani
Il ciclismo sta perdendo un po’ di appeal in Italia, con sempre meno giovani che si avvicinano a questo sport:
“Guardiamo al calcio, al tennis, sono discipline che riescono ad attirare sempre più giovani anche perché, sotto certi aspetti, sono percepite come più sicure. Nel ciclismo, soprattutto nel settore giovanile, il problema è evidente. Tante mamme hanno paura di mettere i propri figli sulla strada. Ed è proprio da qui che bisogna ripartire. Io, con la mia esperienza, possiamo chiamarla intuito, lungimiranza o anche incoscienza, sto cercando di costruire un circuito che sia il più possibile sicuro. In questi anni credo che le squadre e i corridori abbiano apprezzato diversi aspetti del Matteotti come la logistica, la comodità dei trasferimenti, l’organizzazione. Da gestore di una squadra queste esigenze le conosco bene. Da organizzatore mi manca ancora qualcosa, ma piano piano ci sto arrivando”.
“In Italia sono mancate anche le persone”
Giuliani prova ad analizzare anche il problema della difficoltà dell’Italia nel far emergere nuovi campioni rispetto ad altre nazioni:
“Sono mancate anche le persone. Persone che operano nel ciclismo e che abbiano voglia di guardare oltre il proprio piccolo mondo. Noi spesso viviamo in una campana. Io cerco, invece, di guardare un po’ tutti gli ambienti come il calcio, gli altri sport, il modo in cui si muovono gli organizzatori di eventi, dove c’è partecipazione, dove c’è massa, dove oggi le persone cercano anche l’agonismo. Poi c’è stato un cambiamento enorme con i social. Oggi, e mi dispiace dirlo, sembra che siano tutti campioni. Se sei un buon comunicatore, vieni percepito come un campione. Una volta il ciclismo era diverso. Le informazioni erano diverse e il campione era riconosciuto soprattutto per quello che faceva in strada. C’era il capitano, quello che vinceva di più, e c’erano i gregari, che avevano un ruolo altrettanto importante. Oggi questa gerarchia è molto meno evidente. Secondo me manca anche una certa cultura nella gestione dei corridori. Non basta avere un atleta esplosivo, quello che magari vince subito una gara. Bisogna anche saper riconoscere chi ha caratteristiche diverse: magari non è ancora un campione affermato, ma ha una grande testa, conosce bene la propria psicologia, sa lavorare per la squadra e può crescere nel tempo”.
La carriera da direttore tecnico e il coraggio delle scelte
Una carriera da direttore tecnico nella quale non gli sono mai mancati il coraggio, la voglia di sperimentare e anche di rischiare:
“Oggi si parla tutti di Pogacar e della Slovenia, ma il primo sloveno l’ho preso io alla Cantina Tollo ed era Martin Hvastija, poi ho preso Štangelj e anche Murn. L’ultimo che avevo preso era stato Grega Bole, che aveva smesso e poi ha ricominciato. Era tornato nel World Tour e aveva anche vinto. Poi ho preso anche un rumeno Grosu. Sono sempre stato innovativo, anche l’anno scorso ho fatto la squadra con sette nazioni, ma con pochi soldi sono riuscito a fare un calendario da Continental e togliermi soddisfazioni, sempre tenendo una mentalità professionistica. Volevo fargli correre anche contro le squadre del World Tour per fargli crescere. Questo era il mio metodo”.
Il ricordo da corridore: il Trofeo Matteotti e Moser
“Ho vinto il Matteotti da dilettante, ma mai da professionista. A casa mia non vincevo, perché ero troppo emozionato e volevo sempre dare al pubblico il massimo. Ricordo ancora al mio secondo Matteotti, quando Masciarelli, che era il fedele gregario di Moser andò a casa e Moser voleva che dormissi con lui ed io per soggezione quella notte non dormì. Era una camera stretta e ad un certo punto sono crollato e mi sono svegliato con la mano sul naso di Moser. Da quel momento non ho più dormito. Sarà poi stata l’adrenalina, la gente, tutto quello che era successo, quel giorno aveva fatto terzo al Matteotti”.

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