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Bradley Wiggins, l’oro, la cocaina e il ritorno alla vita


La confessione che scuote il ciclismo

«Ero un tossicodipendente funzionante. A un certo punto ho sniffato cocaina dalla mia medaglia d’oro di Londra». Con queste parole, Sir Bradley Wiggins, 44 anni, ex campione olimpico e vincitore del Tour de France 2012, ha sconvolto il mondo dello sport. Nel suo nuovo libro The Chain, il ciclista britannico racconta per la prima volta i suoi anni bui: la discesa nella dipendenza, la depressione, la perdita di sé dopo il ritiro.

L’uomo che aveva portato il ciclismo britannico sull’Olimpo si ritrova oggi a confessare di aver toccato il fondo proprio con il simbolo massimo del successo. «Era come se volessi distruggere ciò che avevo costruito», scrive Wiggins. «La medaglia rappresentava la parte di me che odiavo di più».

Dal trionfo alla deriva

Nell’estate del 2012, Wiggins era il volto del Regno Unito vincente. Il trionfo al Tour de France, poi l’oro olimpico nella cronometro di Londra, infine il titolo di “Sports Personality of the Year”. Cavaliere della Regina, idolo nazionale, icona pop. Ma dietro quella corazza di professionalità e ironia, il corridore della Team Sky covava un disagio profondo.

Dopo il ritiro nel 2016, il vuoto lasciato dall’adrenalina delle corse si è trasformato in una voragine. «Senza la bici non sapevo chi fossi. Avevo passato vent’anni a inseguire obiettivi, poi all’improvviso è calato il silenzio». In quel silenzio, Wiggins ha trovato la cocaina. Ne è seguita una spirale di autodistruzione: notti insonni, settimane chiuso in hotel, fino a consumare oltre cento grammi di droga in pochi giorni. «Mi svegliavo senza sapere dove fossi. A volte speravo di non svegliarmi affatto».

L’ombra del passato

L’ex campione non si nasconde dietro al mito dell’eroe caduto. Racconta un dolore antico: un’infanzia segnata da abbandoni, la figura assente del padre, e – come ha ammesso recentemente – episodi di abuso da parte di un allenatore. «Non ho mai elaborato quelle ferite. Lo sport era il mio modo per scappare da me stesso».

Per anni, la bici è stata terapia e prigione insieme. «Pedalavo per non pensare. Poi, quando ho smesso, i pensieri sono tornati tutti insieme». Il suo atteggiamento ribelle, i Look eccentrici, la lingua tagliente che lo rese un personaggio divisivo nel gruppo, oggi appaiono come i segni di un’anima inquieta. «Non sono mai stato bravo a fingere equilibrio. Ho solo imparato a pedalare più forte del caos».

L’uomo dietro la leggenda

La confessione, pur scioccante, restituisce un’immagine più umana di un atleta che per anni è stato ingabbiato nell’aura dell’infallibilità. Wiggins non cerca indulgenza. «Non mi giustifico. Voglio solo dire la verità. La droga mi ha distrutto, ma la vergogna mi stava uccidendo prima ancora».

Oggi, dice di essere sobrio da oltre un anno. Vive lontano dai riflettori, si dedica ai figli e al ciclismo “dal basso”, nelle scuole e nei centri sportivi. «Non voglio essere ricordato come un drogato o come un eroe. Voglio essere un uomo onesto, finalmente».

Il peso della redenzione

La sua storia non è solo un racconto di caduta e risalita. È una riflessione sul prezzo della gloria. Wiggins non è il primo atleta a smarrirsi dopo il successo, ma il suo gesto – sniffare cocaina dalla medaglia olimpica – resta un simbolo potente di un malessere profondo: quello di chi ha tutto e non sente più nulla.

Eppure, nelle sue parole si percepisce una nuova lucidità. «La vita non è una corsa a cronometro. È un percorso pieno di salite, e stavolta voglio affrontarle senza fuggire». L’ex ragazzo ribelle della Sky, che un tempo sfrecciava verso il traguardo con il volto contratto e la giacca impeccabile, oggi pedala lentamente. Non per vincere, ma per restare in equilibrio.

A cura della redazione di Inbici News24
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