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La TCR di Samuele Tonello, l’inizio. “L’incidente e il miracolo di essere alla partenza”. (1/4)


La Transcontinental Race (TCR) è una delle gare ciclistiche più estreme e impegnative al mondo. Si tratta di una competizione di ultracycling unsupported che attraversa l’Europa, partendo solitamente dal Belgio o dal Regno Unito e terminando in Grecia o in Turchia. Ma l’edizione 2025 vede la partenza da Santiago de Compostela in Spagna con arrivo a Costanza in Romania

La caratteristica principale che rende questa gara unica è che i partecipanti devono essere completamente autosufficienti: non è permesso ricevere assistenza esterna pianificata, non ci sono team di supporto e i ciclisti devono trasportare tutto il necessario sulla propria bicicletta o acquistare ciò che serve lungo il percorso.

I corridori devono attraversare diversi checkpoint obbligatori, ma sono liberi di scegliere il proprio percorso tra un punto e l’altro. La distanza totale è di circa 4.000 km, che i più veloci completano in circa 10 giorni, pedalando praticamente 24 ore su 24.

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La gara mette alla prova non solo la resistenza fisica dei partecipanti, ma anche le loro capacità di navigazione, pianificazione e gestione del sonno. I ciclisti devono affrontare condizioni meteorologiche estreme, salite impegnative sulle principali catene montuose europee (Alpi, Carpazi), e gestire problemi meccanici in completa autonomia.

La TCR è stata fondata nel 2013 da Mike Hall, leggendario ultracyclist scomparso tragicamente nel 2017 durante una gara in Australia. Da allora, la competizione è diventata un punto di riferimento nel mondo dell’ultracycling, attirando centinaia di partecipanti da tutto il mondo.

La gara non prevede un premio in denaro: il vero trofeo è la soddisfazione personale di completare questa incredibile avventura che spinge i partecipanti oltre i propri limiti fisici e mentali.

Questa é la storia della gara di Samuele Tonello, esperto ultracyclist nato in provincia di Udine ma da anni trasferitosi in Belgio, il quale ha completato la TCR in 12 giorni e finendo al 9° posto, essendo così il primo italiano nella storia della gara a finire nella top 10.
Nel corso di quattro episodi, Samuele racconta il suo percorso, i suoi pensieri, e gli alti ed i bassi di questa bellissima ma durissima gara. Di seguito l’inizio, e nei prossimi giorni pubblicheremo i prossimi tre episodi.

13 Maggio. Giornata pesante a lavoro, torno a casa ed esco in MTB. Mi sto preparando per la TransBalkan (gara ultra in MTB nei Balcani), ma sono ancora debole per colpa di un virus intestinale preso la settimana prima. Scelgo quindi di fare una giornata di ‘tecnica’ per non buttare via l’allenamento.

In un sentiero ripido, delle foglie cadute durante il temporale del giorno prima coprono un ramo. Non me ne accorgo, lo prendo con la ruota posteriore, bici si alza, riesco a riprendere il controllo, ma troppo tardi perchè ormai sono sulla parte sbagliata del sentiero. Colpisco un piccolo tronco con l’anteriore, faccio un 360 e sbatto per terra. Cerco di rialzarmi, ma una fitta nella schiena mi fa subito capire che questa volta qualcosa è andato storto. Chiamo ambulanza, vengo trasportato in ospedale e ricoverato per 4 giorni immobile a letto per determinare l’entità delle fratture alle vertebre.

Gli esami confermano le fratture a sei vertebre, ma mi consolano perchè la spina è ok e non ci sono ulteriori danni.

“4 settimane di riposo assoluto e poi ci rivediamo”, dice il dottore.

“Scusi la domanda, ma c’è qualche possibilità che possa essere in bici a fine Luglio?”, gli chiedo.

Dottore mi guarda esterefatto e risponde con un generico “vedremo, ma pensa prima a recuperare. Non è uno scherzo quanto ti è successo”.

Passano le quattro settimane, dottore mi dice che tutto procede bene e che nel giro di un mese posso provare a pedalare su strada, ma mi fa promettere niente “off-road” per un paio di mesi. Mi basta e avanza. La TCR non è ancora persa.

Da allora passo 8 settimane cercando di arrivare al 27 Luglio nella migliore condizione possibile. Rulli su Zwift, poi inizio fisioterapia e uscite su strada. Settimana dopo settimana i watt negli intervalli tornano ai miei livelli soliti e due settimane prima della partenza faccio il mio solito test di 24 ore. La schiena regge; andiamo a Santiago. Volo da Bruxelles, uso i due giorni prima della partenza per assestarmi e mi ritrovo alle ore 20 di Domenica 27 Luglio assieme ad altre 400 persone pronto a partire.

L’inizio è come al solito fatto a ritmi alti e mi assicuro di essere nel gruppo di testa. Strade sono strette, con asfalto non perfetto, difficili e voglio vicino a me solo gente esperta che sa guidare la bici. Troppo paranoico per la mia schiena per rischiare qualcosa per colpa di qualcuno che non sa quello che fa.

Gambe girano bene durante il primo parcour obbligatorio, vedo le facce che voglio vedere vicino a me e arrivo in quello che sembra un attimo a Fisterra, il punto più ad ovest del percorso. Veloce stop alla fontana e mi inoltro nella notte, iniziando la parte di percorso libera, ossia programmata da me a casa.

So che tanti hanno speso molte più ore di me a preparare il percorso e sono abbastanza paranoico a riguardo. La notte passa quindi tra il piacere di stare per i fatti miei e il sentirmi rincuorato nel trovare ogni tanto altri corridori. Alle prime luci incrocio Strasser (uno dei più famosi e forti ultra cyclist), il che mi rincuora e conferma che la prima notte è andata bene.

Passo il resto del giorno tra i saliscendi in Galizia e Asturia, godendomi i paesaggi e sentendomi molto bene. Mi sento un po`strano in sella e inizio ad avere dolore alle ginocchia, ma minimizzo pensando che a volte capita all’inizio e poi tutto si sistema. Arrivo al primo checkpoint al tramonto, scherzando con Justinas, altro corridore, su quanto i chilometri scorrano più veloce su asfalto rispetto alle nostre “solite” gare off-road. Poco più di 24 ore e siamo già a quasi 600km.

Subito dopo il Checkpoint 1, inizio la lunga salita di Picos De Europa e quel fastidio alle ginocchia si fa più intenso. Ho fatto molte gare, molti viaggi, e non ho mai avuto così male per così a lungo. Non capisco cosa stia succedendo.

“Facciamo sta salita e poi vediamo”, mi ripeto.

Arrivo in cima, passo la delicata sezione di sterrato, scendo a valle e verso le due di mattina mi fermo per la prima dormita, anche perchè le ginocchia mi fanno malissimo. Dormo un’ora e mezza fuori da una casetta del bus e riparto, anche perchè ha iniziato a piovere e col vento mi si sta bagnando il sacco a pelo.

Pedalo due ore e il dolore diventa allucinante. Non un dolore muscolare di quelli che puoi sopportare, ma proprio delle pugnalate dai tendini contro cui non puoi fare nulla. Mi fermo, controllo la bici, non so cosa cavolo succede.

“Non è possibile così presto. Non ha senso. Possibile che pedali già così male per la schiena, se questa non mi fa per niente male?”

In qualche modo continuo, passando la mattinata a fare deliranti test su vari cambiamenti di posizione in sella. Niente da fare. Arrivo a Bilbao, mando disperato un messaggio alla mia ragazza spiegandole cosa sta succedendo. Le dico che provo ad andare avanti ancora un poco e in caso mi ritiro e prendo un aereo a Irun. Il mondo mi sta crollando addosso e sono solo al terzo giorno.

A Santander mi fermo su una panchina. Il dolore è cosi forte che non riesco più nemmeno ad attaccare le scarpe ai pedali. Cresciuto con pura educazione Friulana sono un professionista nel mascherare le emozioni e di solito sono un muro. Non adesso. Ora scoppio a piangere come non ci fosse domani. Mesi di sacrifici per non perdere questa gara e adesso son qua bloccato da un male che non capisco. Mi tolgo le scarpe, le tiro per terra. Le riprendo, guardo bene la suola e bestemmio così forte che mi sentono fino a Santiago. La tacchetta destra è completamente storta.

Non ho idea di come sia potuto succedere. Non so se nel viaggio hanno picchiato qualcosa, se nel camminare il giorno prima della partenza ho spostato qualcosa, se si è allentata la base delle scarpe. Non ho idea del perchè sia storta, ma la sistemo e provo a ripartire. Pedalo alcuni minuti e il ginocchio tiene. Fa male, ma le pugnalate non ci sono. Come una pianta che riceve acqua dopo essere quasi morta mi sento rinascere. Non è finita. Arrivo alla prima città in Francia, dove ho preso un hotel, verso le 22 e dormo 3 ore.

“Una buona pausa e speriamo che il ginocchio smetta di farmi male”, penso.

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