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Ronde van Vlaanderen 2026

Italia in ombra sotto il trono di Pogacar


Sui muri fiamminghi esplode la corsa, azzurri lontani: Bettiol resiste, Trentin cade e si ritira

Articolo a cura della redazione di Inbici News24

Il giorno dei giganti

OUDENAARDE — C’è un momento, al Giro delle Fiandre, in cui la corsa smette di essere corsa e diventa racconto epico. È l’istante in cui il vento taglia le strade strette, il pavé vibra sotto le ruote e i campioni si rivelano uno a uno, senza più ripari. Anche quest’anno, quel momento ha un nome e un volto: Tadej Pogacar.

Lo sloveno ha scelto il suo terreno, ha aspettato, poi ha colpito. Secco, definitivo. Sull’Oude Kwaremont prima, sul Paterberg poi, ha trasformato la selezione in sentenza, lasciando dietro di sé le ombre lunghe degli inseguitori. Tra loro Mathieu Van der Poel e Remco Evenepoel, protagonisti annunciati eppure costretti, ancora una volta, a inseguire.

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L’Italia che resiste, ma non incide

Nel cuore duro della corsa, quando il ritmo si fa crudele e la strada non perdona, l’Italia resta ai margini del racconto principale. Non manca la presenza, ma manca il peso. Non manca la volontà, ma difetta l’urto decisivo.

Il migliore è Alberto Bettiol, che conosce queste strade come pochi altri. Le ha amate, le ha domate, le ha vinte. Ma il tempo, oggi, scorre contro. Il suo 24° posto è una resistenza dignitosa, quasi silenziosa, lontana però dal fragore dei protagonisti.

Davanti, la corsa è già un’altra storia.

Cadute e fughe: il destino azzurro

C’è anche sfortuna, nella giornata italiana. Matteo Trentin, uno degli uomini più attesi, esce di scena nel modo più amaro: una caduta, l’asfalto, il ritiro. Il Fiandre non fa sconti, e quando decide di toglierti qualcosa, lo fa senza spiegazioni.

Più lontano, quasi fuori dall’inquadratura televisiva, si muove Enrico Zamperini. La fuga iniziale è il suo spazio, il tentativo generoso di dare un senso diverso alla giornata. Ma è un’illusione che dura il tempo di qualche chilometro, prima che il gruppo — e la realtà — tornino a imporsi.

Il ritmo dei dominatori

Quando la corsa entra negli ultimi cinquanta chilometri, il Fiandre diventa selezione pura. I nomi restano, gli altri scompaiono. È lì che Pogacar costruisce il suo capolavoro: un’azione progressiva, chirurgica, senza esitazioni.

Dietro, Wout van Aert prova a tenere il filo, a non spezzarsi sotto la pressione. Ma la differenza è evidente, quasi brutale. Il Fiandre, ancora una volta, premia chi osa prima degli altri e più degli altri.

Una distanza da colmare

Per l’Italia, resta una sensazione sospesa tra lucidità e rimpianto. Il movimento c’è, i corridori anche, ma il salto di qualità sulle pietre del Nord appare ancora lontano. Serve potenza, certo, ma anche abitudine, cultura della corsa, capacità di stare dentro il momento in cui tutto si decide.

Bettiol resta un riferimento, una memoria viva di ciò che è stato possibile. Ma oggi il ciclismo delle classiche parla un’altra lingua, più dura, più veloce, più spietata.

E mentre il sole scende su Oudenaarde e il pubblico applaude i vincitori, l’Italia riparte da qui: da una giornata difficile, da una verità chiara, da una rincorsa che non può più aspettare.


 

A cura della redazione di Inbici News24
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