La polemica nata al Tour de France riporta al centro una domanda poco conosciuta: quale logica scientifica giustifica un controllo antidoping nel cuore della notte?
Articolo sviluppato dalla redazione di InBici News24.
Negli ultimi giorni il Tour de France è stato attraversato da una polemica destinata ad andare oltre il semplice episodio di cronaca. I controlli antidoping effettuati durante la notte su Tadej Pogačar e Jonas Vingegaard hanno acceso il dibattito tra corridori, squadre e addetti ai lavori. Da una parte la necessità di preservare l’integrità dello sport, dall’altra il diritto degli atleti a un recupero fisiologico che, in una corsa di tre settimane, rappresenta parte integrante della prestazione.
La domanda che molti appassionati si sono posti è semplice: perché un controllo dovrebbe essere effettuato alle due o alle cinque del mattino, quando poche ore dopo i corridori devono affrontare una tappa di alta montagna?
La risposta non appartiene tanto alla cronaca quanto alla medicina dello sport, alla farmacologia e all’evoluzione delle strategie antidoping.
Dal doping “pesante” al microdosing: come è cambiata la lotta ai farmaci
Negli anni Novanta il contrasto al doping era rivolto soprattutto all’individuazione di sostanze assunte in quantità elevate e relativamente semplici da identificare. Oggi il panorama è profondamente cambiato.
Le organizzazioni antidoping parlano sempre più spesso di microdosing, cioè la somministrazione di quantità molto ridotte di sostanze proibite, ripetute nel tempo, con l’obiettivo di ottenere un vantaggio fisiologico limitando contemporaneamente la possibilità di essere individuati.
Il principio è noto alla letteratura scientifica: una dose più bassa può ridurre la durata della presenza del principio attivo o dei suoi metaboliti nell’organismo. Non significa che il farmaco diventi invisibile, ma che la cosiddetta “finestra di rilevabilità” possa essere più breve rispetto a una somministrazione tradizionale.
È proprio questa evoluzione ad aver trasformato il lavoro degli ispettori antidoping, sempre più orientato verso controlli imprevedibili sia negli orari sia nei luoghi.
Cosa cercano realmente i controlli notturni
Uno degli esempi più frequentemente citati dagli studi scientifici riguarda l’ormone della crescita (GH).
Alcuni protocolli dopanti del passato prevedevano somministrazioni serali o notturne, sfruttando il fatto che il GH viene naturalmente secreto durante il sonno. Per questo motivo la ricerca internazionale ha investito molto nello sviluppo di metodi capaci di prolungarne la finestra di individuazione.
Un discorso analogo riguarda le microdosi di eritropoietina (EPO), sostanza che ha segnato una delle pagine più oscure della storia del ciclismo professionistico.
Le moderne tecniche di controllo non si limitano più a cercare il farmaco. Analizzano soprattutto gli effetti biologici che esso produce sull’organismo attraverso il Passaporto Biologico dell’Atleta, monitorando nel tempo parametri come emoglobina, reticolociti e altri indicatori ematologici.
Anche peptidi sintetici, fattori di crescita e molecole di nuova generazione rappresentano un settore di ricerca in continua evoluzione. Per alcune categorie di sostanze, il momento in cui viene eseguito il controllo può aumentare la probabilità di raccogliere elementi utili all’indagine.
Perché proprio durante la notte?
Se esistesse una fascia oraria nella quale gli atleti sapessero di non poter essere controllati, quella finestra potrebbe teoricamente diventare il momento più favorevole per eventuali pratiche illecite.
È questo il principio che giustifica l’imprevedibilità dei controlli.
Le norme internazionali della WADA indicano come fascia ordinaria per i test il periodo compreso tra le 6.00 e le 23.00. I controlli notturni rappresentano invece un’eccezione e richiedono motivazioni specifiche previste dagli standard internazionali.
L’obiettivo non è sorprendere gli atleti durante il sonno per ragioni mediatiche, bensì evitare che l’orario stesso diventi un punto debole del sistema antidoping.
In altre parole, la possibilità di effettuare un controllo notturno serve a garantire che nessun momento della giornata possa essere considerato automaticamente “sicuro” da chi intendesse aggirare le regole.
Il caso Pogačar-Vingegaard: tra polemica e prudenza
La vicenda del Tour de France ha assunto un peso ancora maggiore dopo il successivo ritiro di Jonas Vingegaard, alimentando interpretazioni e collegamenti.
Dal punto di vista giornalistico è però fondamentale distinguere i fatti dalle ipotesi.
È vero che alcuni atleti hanno lamentato un sonno fortemente disturbato. È altrettanto vero che una riduzione delle ore di riposo può incidere su recupero, concentrazione e tempi di reazione.
Non esiste invece alcuna evidenza scientifica che consenta di attribuire la caduta del corridore danese ai controlli antidoping effettuati durante la notte.
Confondere una possibile correlazione con un rapporto di causa-effetto significherebbe superare il confine dell’informazione documentata.
Un sistema costruito sull’intelligence
L’antidoping moderno non si basa più soltanto sull’analisi di urine e sangue.
Le attività comprendono raccolta di informazioni, analisi dei dati biologici, monitoraggio dei profili individuali, studio delle prestazioni sportive e programmi di test costruiti sulla valutazione del rischio.
I controlli rappresentano quindi soltanto la parte visibile di un sistema investigativo molto più ampio, sviluppato negli ultimi anni per contrastare pratiche sempre più sofisticate.
Questo spiega perché la scelta del momento del controllo non venga resa pubblica né motivata caso per caso: far conoscere i criteri operativi ridurrebbe l’efficacia dell’intero sistema.
La sfida è trovare un equilibrio
Il Tour de France ha riportato al centro una questione destinata a rimanere aperta.
Da una parte esiste l’esigenza irrinunciabile di mantenere controlli realmente efficaci in uno sport che ha pagato un prezzo altissimo agli scandali del passato. Dall’altra emerge la necessità di non compromettere inutilmente il recupero degli atleti, soprattutto durante una competizione nella quale il sonno rappresenta un elemento essenziale della preparazione.
La vera sfida non consiste nello scegliere tra antidoping e tutela dei corridori.
Consiste nel costruire un sistema capace di garantire entrambe le esigenze: controlli rigorosi, indipendenti e imprevedibili, ma applicati con criteri proporzionati, trasparenti e scientificamente giustificati.
Il dibattito aperto dal Tour de France va letto proprio in questa prospettiva. Non mette in discussione la necessità dei controlli, ma invita a riflettere sul modo in cui essi vengono organizzati.
In uno sport che ha ricostruito la propria credibilità grazie alla severità delle verifiche, ogni decisione deve continuare a poggiare sullo stesso principio: massima efficacia nella lotta al doping, massimo rispetto per i diritti e la sicurezza degli atleti.
Questo approfondimento è costruito esclusivamente su evidenze scientifiche, sulla normativa antidoping internazionale e su dichiarazioni pubbliche. Non suggerisce né implica l’esistenza di sospetti nei confronti degli atleti citati, ma analizza le ragioni tecniche e regolamentari che possono giustificare, in casi eccezionali, l’esecuzione di controlli antidoping anche durante la notte.
A cura della redazione di Inbici News24
Copyright © Riproduzione Riservata Inbici Media Group

InBici Rivista per ciclisti, InBici Magazine, Passione sui Pedali












